Il grosso: «Sono qui perché ho ucciso una dozzina di persone. E tu?». Il magrolino: «Perché non ho pagato l'assicurazione sanitaria»

CARCERI E GUARDIE. Siamo tutti sudditi. Il resto è ipocrisia

Soltanto chi in galera c’è stato non si scandalizza se di tanto in tanto emergono episodi di violenza a carico dei guardiani. Gli anziani ex carcerati ricordano quando l’appellativo obbligatorio era “superiore“. Se non chiamavi “superiore” il secondino, erano mazzate. Poi i secondini diventarono “agenti di custodia” e sparì il “superiore“. La civiltà, sia pure a rilento, entrava nelle carceri italiane. Almeno nominalmente. Dopodiché un altro grande balzo: polizia penitenziaria. Evviva.

È vero che reclusi sono sia i detenuti che i poliziotti, è vero che la maggioranza dei luoghi di pena risale a secoli fa, sono luoghi che, anche volendo, vietano qualsivoglia “processo rieducativo”, è vero che gli ospiti delle patrie galere non sono dei fiorellini di campo e che, avvezzi alla violenza fuori dal carcere, accettano come fenomeno naturale la violenza dietro le sbarre, ma è anche vero che alla base c’è un intero sistema repressivo per il quale i sudditi (non cittadini, ma sudditi) sono tutti colpevoli fino a prova contraria.

Quando sei accusato, tu devi dimostrare di essere innocente. Alle persone col cappello in divisa, come sfotticchiava il grande Totò, è attribuito l’indiscutibile diritto di portarti in carcere. Una prova provata? Circa la metà delle persone attualmente detenute, sarà certamente assolta. Si accettano scommesse.

Ci sono leggi (imposte dalla cattivissima Ue) che consentono al suddito di chiedere un risarcimento per ingiusta detenzione, ma andate a contare quanti innocenti sono stati realmente risarciti e così scoprirete l’ennesima ipocrisia italiana.

Noi viviamo in una società di polizia e ce ne accorgiamo tutte le volte che abbiamo che fare con un “agente dell’ordine”. Il coro dei lamenti per le guardie morte nell’adempimento del dovere non deve coprire la voce di chi si è scontrato con il perentorio “documenti!”.

Anni fa, a causa del sovraffollamento nelle carceri e per le condanne emesse sempre dalla sempre più cattivissima Europa, i governativi si decisero a fare una legge (eravamo nel 1999) per la depenalizzazione dei reati minori. Il solito maligno potrebbe ricordare che quella legge prevedeva modifiche al sistema tributario (e alle pene collegate) per favorire qualche Vip inquisito per bancarotta fraudolenta etc.,  ma sta di fatto che quella legge sostituiva al carcere una pena pecuniaria per il reato di oltraggio a pubblico ufficiale. Un luminoso balzo verso la civiltà: non soltanto era un basta al vigile urbano che ti arrestava perché avevi calpestato i fiori ma era un basta al carcere perché avevi lanciato un “vaffa” al solerte custode delle pubbliche aiuole.

Oggi nel codice penale c’è il 341 bis che punisce con la reclusione da tre mesi a tre anni il colpevole di oltraggio a pubblico ufficiale. Sono rimaste in vigore alcune disposizioni di quelle previste per la trasformazione di un illecito penale in illecito amministrativo, ma quelle che davano un colpo di piccone allo strapotere delle guardie sono rientrate dalla porta di servizio dei cosiddetti “decreti sicurezza”. Tutti gli occhi erano puntati sul “finalmente manette agli immigrati” e, successivamente, sul “finalmente libertà di immigrazione” e nessuno ha fatto caso che ad essere penalizzati erano i sudditi italiani.

Durante la pandemia, le guardie hanno raggiunto traguardi inimmaginabili perfino per gli sbirri del governo austriaco nel Regno Lombardo-Veneto di risorgimentale memoria. Persone che si sono comportate in maniera maleducata, quando sono state fermate perché senza mascherina, sono state denunciate per “vilipendio della Repubblica, delle Istituzioni Costituzionali, delle Forze Armate e vilipendio alla Nazione Italiana“. Ed è andata bene perché hanno trovato dei carabinieri comprensivi. Se avessero voluto avrebbero potuto portare i “senza mascherina maleducati” in carcere. E lì starebbero ancora oggi in attesa.

Una sentenza della Suprema Corte ha stabilito che “il reato di vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle forze armate consiste nel disprezzare, tenere a vile, ricusare qualsiasi valore etico, sociale o politico alle istituzioni predette, considerate nella loro entità astratta ovvero concreta, ossia nella loro essenza ideale oppure quali enti concretamente operanti“.

È chiaro? Siamo tutti liberi – secondo una Costituzione definita dai soliti commensali “la più bella del mondo” – di esprimere le nostre opinioni ma non possiamo dire che questa repubblica privilegia la prepotenza e uccide il diritto, non possiamo dire che ci fa schifo vedere due omosessuali che amoreggiano in pubblico, non possiamo mettere in dubbio dati e documenti relativi a fatti del recente passato, non possiamo mandare a quel paese la guardia che ci fa fare la fila perché perde tempo a sfruculiare la donna sola nell’auto davanti, non possiamo dichiarare….l’elenco è lungo. In sintesi: possiamo esprimere liberamente la nostra opinione soltanto quando siamo d’accordo con i padroni del vapore, come dicevano un tempo i comunisti. Perciò è inutile che i giornali lancino titoli scandalizzati se a un detenuto hanno fatto il sacco o se una guardia ha pestato a sangue un ragazzo che dormiva per terra oppure ha ucciso un tossico soffocandolo. La verità è che quei casi sono la punta dell’iceberg. Andate a vedere sotto e scorgerete un mondo di prepotenze che nemmeno l’Inquisizione: almeno quelli credevano che bruciandoti ti salvavano l’anima.

 

 

 

 

 

 

 

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