TRA LENIN E CANNE. Grillo/Conte: la scelta dei Cinquestelle

Beppe Grillo ha fatto un passo avanti e due indietro. Probabilmente non ha letto il saggio che Lenin scrisse sul contrasto con tale Martov e di sicuro è molto in basso sulla scala gerarchica sormontata dall’astuto bolscevico, ma il richiamo è pertinente. Il fondatore del Movimento dei Vaffa, prima ha dato pieni poteri all’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte (un passo avanti, dunque, sulla strada della rifondazione) e poi glieli ha tolti prendendolo anche abbondantemente in giro (marcia del gambero più che tattica leninista).

Va detto che Conte è un bluff. Il fatto che abbia, al momento, un consenso “popolare” diffuso non significa granché. Il pubblico italiano, composto in massima parte da teleutenti, è diventato abbastanza infedele. Passa dal gradimento al rifiuto con la facilità della starlette che zompa da un letto all’altro. In genere, gli italiani non brillano in quanto a fedeltà e lealtà, ma negli scorsi decenni chi era comunista votava comunista, qualunque cosa combinassero i vertici del partito, e chi votava democristiano non cambiava voto perché un qualche regista comunista aveva firmato un film sulle complicità tra Dc, Vaticano, mafiosi e criminali vari. Il cosiddetto voto d’opinione, cioè il voto dato di volta in volta in base a valutazioni del momento, costituiva una percentuale bassa e ininfluente. In ogni caso, non capitava mai che un elettore di sinistra votasse per dispetto a destra e viceversa. Oggi, la cosiddetta pubblica opinione è liquida o, come va di moda oggi con le leggi che disciplinano il sesso e le sue devianze, è fluida. Il tragico non è che sia volatile, bensì che è più che orgogliosa di esserlo. Chi cambia gusti ed “esperienze” se ne vanta in pubblico, manifesta il proprio orgoglio rumorosamente e spudoratamente.

Al momento, Conte gode di una sostanziosa percentuale (la cifra dipende dai sondaggi e, soprattutto, da chi li ha commissionati) nel consenso che circa una metà degli italiani esprime in relazione al ceto politicamente dominante (l’altra metà, com’è noto, disprezza e rifiuta la politica) e domani potrebbe perderla a causa di una battuta registrata fuori onda, un amico/socio/parente travolto da un’inchiesta giudiziaria e anche – c’è poco da sorridere – per una brutta cravatta.

Viene in mente un altro parallelo storico, da prendere con le molle e facendo le opportune distinzioni. A Canne, dove Annibale fece a pezzi quattro eserciti consolari, vale a dire 8 legioni di Roma, l’esito fu determinato dallo straordinario genio tattico del condottiero cartaginese, ma un ruolo notevole lo svolsero anche le gelosie tra i due consoli, al comando ciascuno di 4 legioni, Paolo e Varrone, i quali s’intralciarono a vicenda al punto che i legionari si sentirono sconfitti ancor prima di combattere. Il richiamo ad un esercito battuto per assenza di unità nel comando non è del tutto fuori luogo a proposito della competizione Grillo-Conte. Le truppe dovranno scegliere con chi stare e la rotta dell’armata pentastellata è assicurata.

La Storia ci racconta anche due fatti solitamente ignorati dai libri scolastici. Uno riguarda i legionari che a Canne voltarono le spalle e fuggirono: con quei fuggitivi, Roma ricompose per intero due legioni.

Dei due consoli, ed è l’altro fatto, Paolo morì dignitosamente in battaglia, Varrone si salvò e, dopo vari incarichi, ottenne la nomina di ambasciatore in Africa.

Tra Grillo e Conte chi andrà in Africa a continuare l’allegra accoglienza di immigrati? Certamente non sarà Grillo a sparire dalla scena.

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