FUTURO. La speranza è nei giovani interessati alla politica

La politica interessa soltanto il 42,4% della popolazione (il 60,7% nella fascia 65-80 anni). Tra i giovani la politica nazionale è seguita dal 24,5% (dati Censis, 2020). Quindi, esiste una percentuale alta di giovani interessati alla politica. A lume di naso, si potrebbe affermare che sottratti gli interessati ad una carriera politica e quelli che seguono gli accadimenti senza provare voglia di intervenire, arriviamo al solito 10% di “attivi”. Ed è su questa minoranza che bisogna fondare le speranze di una società migliore. Le masse seguiranno (Napoleone diceva: «l’intendance suivra», cioè le salmerie arrivano dopo, a battaglia finita) come è sempre stato.

In una popolazione è naturale che la maggioranza sia dedita agli affari propri (“chi te lo fa fare… non t’impicciare… pensa e a te“) e anche fra i giovani i più passano il tempo beati senza occuparsi d’altro se non di sé stessi. È un fatto, questo, che fa strillare ipocriti e imbroglioni. Non si è mai vista un’intera popolazione combattere e correre rischi per un ideale o, comunque, per un obiettivo che trascendesse quelli quotidiani. Un Popolo sì, un Popolo combatte e muore, ma per fare un Popolo ce ne vuole!

Quanti “italiani” combatterono per fare l’Italia unita? Fu una minoranza a coltivare il sogno nazionale ed a morire per esso. In America, non tutti i coloni volevano l’indipendenza dalla corona inglese, molti restarono fedeli al re. Chiunque, anche il meno attrezzato in Storia, può verificare l’assunto: sono le minoranze che si muovono e poi trascinano le masse.

Molti ripetono la storiella del Sessantotto che vide le masse giovanili fare politica e lottare contro una società parruccona. È roba buona per la tv o per i social. La verità è che anche durante la mitica stagione della contestazione a scendere in piazza fummo in pochini. Per dare un’idea: nel 1968 all’università di Roma “La Sapienza” eravamo in circa 100.000 (centomila!) iscritti, ma in poche centinaia occupammo l’università e riuscimmo a organizzare cortei con qualche migliaio di partecipanti grazie alla partecipazione degli studenti medi (una bella occasione per non andare a scuola tant’è che molti se ne andavano a spasso invece di sfilare con noi). Anni dopo, allorché alle elezioni universitarie partecipò all’incirca il 10% degli iscritti, i “compagni” parlarono di “riflusso nel privato” (con dovizia di inchieste e di “autorevoli” interventi). Quale riflusso? Quel 10% era più o meno la stessa percentuale dei sessantottini. È vero che a sentire i molti che vantano un glorioso passato di contestatario, si ingenera l’impressione che fosse stata mobilitata un’intera generazione, ma è tutta mitologia. La solita ricostruzione a posteriori (uguale al fenomeno dei partigiani moltiplicatisi di numero dopo la guerra), ricostruzione che, fra l’altro, scoraggia anche i più volenterosi.

È frequente sentire frasi del tipo “beati voi, avete fatto il Sessantotto” e “noi non abbiamo le occasioni che avete avute voi“. La generale opinione che i giovani del Sessantotto fossero tutti schierati in piazza a prendersi le manganellate (qualche volta le abbiamo date, ma poche rispetto a quante ne abbiamo prese) è frutto di fantasie letterarie.

I giovani di adesso stanno all’incirca nelle solite condizioni: la gran parte segue i miti imposti via via dai media mentre una minoranza cerca di trovare la strada giusta per esprimere la propria voglia di cambiare il mondo. Perché è questo che sogna un giovane come si deve: abbattere il vecchio e costruire il nuovo.

I giovani che manifestano strillando slogan ecologisti o pacifisti oppure giustizialisti costituiscono la parte viva. Non importa se la mobilitazione è funzionale a qualche sordida manovra di potere. Ciò che conta è la mobilitazione in sé. Si ha sempre modo di indirizzare verso la giusta direzione un ultrà, giacché è già “attivo”. Il difficile – se non impossibile – è smuovere dalla sua comoda poltrona anatomica il videogiocatore. Chi gode di realtà virtuale è ovvio che si tenga ben lontano dalla realtà vera.

Da recenti statistiche, apprendiamo che il 57,8% degli italiani è disposto a rinunciare alle libertà personali in nome della tutela della salute collettiva e che quasi la metà (il 43,7%) è favorevole alla pena di morte. Bastano questi due dati per inquadrare la società nella quale viviamo adesso. La pena di morte la vorrebbe il 44,7% dei giovani e il 49,3% di loro dichiara che sarebbe stato giusto che gli anziani non fossero stati assistiti per primi. Il clima è questo: gente spaventata che corre all’indietro sulla strada dei diritti. Più della metà dei 15-34enni occupati fra i diplomati al liceo fa un lavoro non proporzionato al titolo di studio. Non è più una sconfitta, è una rotta, più devastante di Caporetto.

Confusione e incertezza indeboliscono un fronte già squassato. Il 15% circa nella fascia dai 14 ai 44 anni considera come comunità di appartenenza l’insieme delle persone che frequentano sui social e per il 9,1% tra i giovani under 30 è il proprio profilo sui social a determinarne l’identità. Niente famiglia o religione o filosofia o etnia… niente di questo: la propria identità per un giovane italiano su dieci è quella del profilo social.

«“Broadcast yourself!”, recita il pay-off di YouTube. L’individuo si specchia nei media (ne è il contenuto) creati dall’individuo stesso (ne è anche il produttore): i media sono io» (Censis, 2020).

Nonostante tutto e comunque, il futuro è nelle mani delle nuove generazioni. Anzi, in una minoranza consapevole. Come al solito.

 

 

 

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