GERUSALEMME. Palestinesi sfrattati e mazziati da Tel Aviv

A Gerusalemme la polizia israeliana spara sui manifestanti. Papa Francesco condanna la violenza e invita al dialogo. Le Nazioni Unite, gli Stati Uniti, l’Unione europea e la Russia hanno “espresso preoccupazione“. Gli ebrei marciano come ogni anno dal 9 al 10 maggio per il “Jerusalem Day“, la festa-anniversario dell’occupazione di Gerusalemme fatta nel 1967 (Guerra dei Sei Giorni). Per i Palestinesi è l’ennesima provocazione, ma i “coloni” sono bene armati.

Prima della marcia, un altro fatto aveva riacceso la rabbia palestinese. La Corte Suprema israeliana aveva fissato un’udienza per il caso di alcune famiglie palestinesi che avevano fatto ricorso, anni fa, contro un ordine di sfratto a favore di un’organizzazione di coloni ebrei nel distretto di Sheikh Jarrah a Gerusalemme est. Il procuratore generale di Israele, però, ha “richiesto” di annullare l’udienza e l’autonoma indipendente equanime Suprema Corte ha obbedito. Sono scattati ora trenta giorni di tempo per fissare una nuova data.

Nahalat Shimon, l’organizzazione religiosa che ha “comprato” quei terreni, vuole demolire le case palestinesi per costruire appartamenti nei quali collocare circa duecento “coloni”. Sheikh Jarrah è un’area che gli ebrei vogliono in proprietà esclusiva tirando in ballo motivi religiosi. La verità è che Tel Aviv applica la politica del carciofo: sta mangiando la Palestina una foglia alla volta. Con mille trucchi, Israele allarga i propri confini.

I Palestinesi, quei pochi sopravvissuti alla repressione e alla migrazione forzata, manifestano a Gerusalemme Est, nella città occupata dalle forze armate di Israele, e tirano pietre contro le forze d’occupazione. Difendono i propri diritti ma in cuor loro sanno che i “diritti” di Tel Aviv sono più forti e che non possono da soli fermare l’espansionismo israeliano. L’opinione pubblica mondiale, però, è “terrorizzata dal terrorismo” e vede in tv bravi poliziotti aggrediti da fanatici “terroristi”. Se si aggiunge anche l’Olocausto, che Israele usa come lasciapassare, c’è da stupirsi che sulla faccia della Terra ci sia ancora qualcuno che difende i Palestinesi nonostante il rischio di andare in galera per antisemitismo (come se i Palestinesi non fossero semiti anche loro).

La causa primordiale degli scontri è religiosa prima che civile. Chi è di religione musulmana non sopporta l’idea che la Città Santa, Gerusalemme, sia occupata dai militari ebrei. Per i quali, però, la città è ugualmente Santa. Lo è anche per i Cristiani, ma non danno fastidio. Sulla fede nei luoghi santi, Israele fonda, proditoriamente, il diritto di fare di Gerusalemme la propria capitale. Sta scritto nei libri, dicono i rabbini e aggiungono che è la volontà di Jahvè. La questione-Gerusalemme, dunque, è una polveriera sempre sul momento di esplodere.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu (il quale si fa chiamare Ben per rastrellare simpatia) ha difeso ovviamente le azioni della polizia. Ha anche minacciato che Israele «non permetterà a nessun elemento radicale di minare la calma» (il bue che dice cornuto all’asino). Oramai è un mese di scontri; e di morti e feriti.

Le due notti di scontri si sono svolte intorno al complesso della Moschea Al-Aqsa uno dei siti più venerati dell’Islam, ma il luogo (Monte del Tempio) è sacro agli ebrei.

Sabato, all’ingresso della Porta di Damasco nella Città Vecchia, gli scontri con la polizia erano cominciati dopo che decine di migliaia di fedeli avevano pregato nella Notte del Destino (Laylat al-Qadr), la notte più santa del mese musulmano del Ramadan. Circa un centinaio di feriti.

La situazione di tensione a Gerusalemme e in Cisgiordania ha “preoccupato“, dicevamo in apertura, l’Unione Europea. Peter Stano, portavoce dell’Alto rappresentante Ue per la politica estera Josep Borrell, ha dichiarato che «la violenza e l’istigazione sono inaccettabili ed i responsabili di tutte le parti devono risponderne». Dichiarazione senz’altro equilibrista ma Stano ha però parlato anche degli sgomberi di famiglie palestinesi a Sheikh Jarrah e in altre zone di Gerusalemme Est. «Tali azioni – ha detto il portavoce di Borrell – sono illegali ai sensi del diritto internazionale umanitario e servono solo ad alimentare le tensioni sul campo».

Beh, è vero soltanto in parte. Servono anche a favorire l’espansionismo israeliano.

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