Andrea Agnelli. Dinasty alla bagna càuda, ahilui!

Le guerre tra i supericchi sono per lo più clandestine. Quando arrivano al grosso pubblico è perché quella delle parti in causa che sta perdendo gioca l’ultima disperata carta dando fiato alle trombe mediatiche degli amici/dipendenti. Capita anche che lo sconfitto finisca sulla bocca di tutti mentre il nome del vincitore non compaia nemmeno di sfuggita.

Andrea Agnelli, erede mancato della più potente dinastia italiana (diventata oggi una multinazionale senza-patria), ha fatto un grosso flop decretando la propria fine come Vip. Pur con le precauzioni necessarie a fronte di un nababbo, un po’ fa pena. Aveva creduto di diventare una star internazionale buttandosi nell’invenzione di una Superlega calcicstica ed ha invece gettato a fondo campo il proprio pallone d’oro.

Al di là dei numeri (guadagni miliardari previsti e debiti miliardari abbattuti) e tralasciando la retorica su calcio-business, calcio-passione e letteratura spicciola allegata, c’è il suicidio di un povero privilegiato per nascita.

La foto in apertura fa venire in mente il burattino tra il gatto e la volpe, il Pinocchio affascinato ma anche spaventato all’ingresso del Paese dei Balocchi. Andrea Agnelli è tutto concentrato nello sforzo di seguire i ragionamenti del presidente della magnifica Superlega Florentino Perez, presidente del Real Madrid, con il suo vicepresidente Josep Maria Bartomeu, presidente del Barcelona. Anche il presidente della Juventus è vicepresidente Superlega, ma quella posizione falsa centrale salta agli occhi e denuncia la subalternità.

Andrea sarebbe potuto essere l’erede dell’Avvocato (l’appellativo mediatico di Gianni Agnelli) in forza di un semplice automatismo. A capo del Gruppo Fiat, infatti, era stato designato Giovanni Alberto, figlio di Umberto, fratello di Gianni, e fratello maggiore di Andrea. Alla morte di Giovanni Alberto (33 anni, una tragedia) era balzato in pole position: lo zio gli avrebbe passato il testimone inizialmente promesso al fratello morto. Invece, l’Avvocato scelse un altro nipote (del quale era nonno e non zio) che era il rampollo dell’incrocio con la famiglia Elkann, un’antica dinastia di banchieri ebrei di Francoforte.

John Philip Jacob Elkann aveva 21 anni e Andrea 22. La scelta del capo fu senz’altro influenzata dalla natura cosmopolita degli Elkann, elemento prezioso per il processo di internazionalizzazione del Gruppo, ma, con il senno di poi, azzeccatissima anche perché Andrea sarebbe stato un pessimo giocatore nell’esclusivo casino della ristretta cerchia delle persone che più contano al mondo.

Se si fosse accontentato dei successi rastrellati come presidente della Juventus, Andrea godrebbe oggi di una prestigiosa collocazione a livello sportivo. Ha, invece, fatto la fine del brigante tra i musicanti di Brema: è stato graffiato, malmenato e oltraggiato senza riuscire a capire da dove venissero i colpi.

A sostegno dell’operazione della Superlega c’era la gigantesca banca JP Morgan. Come mai avrebbe anticipato i miliardi di dollari necessari? Si sa quanto cauti siano certi banchieri nelle operazioni anche a minimo rischio, per cui qualcuno, forse, li aveva convinti che sarebbe stata tutta una fiction e che non ci avrebbero rimesso nemmeno mezzo dollaro.

Gli esperti che seguono la dinasty passata dalla bagna càuda all’hamburger sussurrano che la guerra in corso tra i cugini John, Andrea e Alessandro (Nasi, personaggio in forte crescita) al momento verte sul controllo della Juventus eccessivamente indebitata. Il capitombolo di Andrea lascerebbe la porta aperta ad Alessandro, al momento sponsorizzato da John. In seguito si vedrà.

 

 

 

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