I SOLDI DELLA CHIESA. Truffe, imbrogli, gossip e false notizie

Ma quanti soldi hanno i preti? A parte il patrimonio artistico-storico-archeologico-museale, che è inestimabile nel vero senso della parola, quanti sono i quattrini gestiti dagli uomini della Chiesa? Gli scandali finanziari, che periodicamente accendono i riflettori sulle finanze vaticane, fanno pensare ad una sorta di caverna di Alì Babà dove i quaranta ladroni vestiti di rosso accumulano ricchezze inaudite. È davvero così? Lasciamo perdere la confusione che i media fanno spesso tra la Chiesa Cattolica, la Santa Sede e il Vaticano (propriamente: Stato della Città del Vaticano) e andiamo subito alle cifre. Fermo restando che i bilanci ufficiali per mille ragioni non sono mai “sinceri”, le risorse materialmente gestite si vedono proprio grazie agli scandali.

Prendiamo il caso dei trasferimenti finanziari dalla Santa Sede all’Australia. Il caso, subito battezzato Australian Gate, era nato dalla notizia diffusa dall’Australian transaction reports and analysis centre in merito a 47 mila transazioni per un totale di 1,4 miliardi di euro in sei anni. Stante la definizione riportata sul sito, “AUSTRAC is an Australian government financial intelligence agency set up to monitor financial transactions to identify money laundering, organised crime, tax evasion, welfare fraud and terrorism financing” (in pratica un’agenzia di 007 contro riciclaggio, terrorismo etc.) uno si aspetterebbe l’efficienza ereditata dalla patria di James Bond, e invece…

Alla rivelazione dell’Agenzia d’intelligence s’erano subito aggiunte le condanne per pedofilia a carico di numerosi preti (espressione sbrigativa che comprende sacerdoti vescovi etc.). In Australia lo scandalo dei preti pedofili è da tempo pane quotidiano (è di queste ore la notizia di un risarcimento per un milione di euro pagato ad un australiano vittima delle “attenzioni” di più di un prete) e perciò sui media è ricorrente il disegno di un’accolita di pedofili i quali maneggiano quattrini a palate.

La Santa Sede non ci sta e chiede una verifica, dopodiché l’Austrac si rimangia tutto dando la colpa ad un errore dei computer: in effetti, dicono gli 007 del ca…nguro, le transazioni negli ultimi sei anni sono state 362 per un totale di 6 milioni di euro.

Precipitare da circa un miliardo e mezzo a sei milioni è roba da Repubblica delle Banane: lo scandalo s’è sgonfiato, ma nell’opinione pubblica australiana (ma anche italiana se qualche cronista va a rimestare seminando “doverosi dubbi”) è oramai ben fissata l’immagine della spettrale piovra dai mille tentacoli con i quali abbranca giovani vittime di deviati ardori sessuali nel mentre acciuffa soldi da tutte le parti. L’anticlericalismo, nato ai tempi del Papa Re, è buona cosa. L’odio ideologico sommato ad ignoranza ne fa un’arma spuntata che si trasforma sovente in boomerang, tanto per restare tra gli aborigeni del Continente Nuovissimo.

Un’altra storia recente riguarda gli imbrogli relativi all’investimento di 200 milioni di euro sborsati dalla Santa Sede per un palazzo di Londra. L’affare risale al 2014, ma i contorni sono tuttora poco chiari. Pare, infatti, che nel 2018 la Santa Sede abbia liquidato “Atena“, il fondo del finanziere Raffaele Mincione, ed abbia sborsato altri quattrini per “ricomprare” il palazzo. Si serve per l’operazione di una società lussemburghese, la Gutt, che fa da agente della Segreteria di Stato per la gestione del palazzo. Gianluigi Torzi, che è il broker con il controllo della Gutt, si becca il 3% (15 milioni di euro) dell’affare per lasciare via libera a monsignor Alberto Perlasca, responsabile dell’ufficio amministrativo della Segreteria. Torzi è stato poi accusato di ricatto ed estorsione nonché di aver approfittato dell’incapace (dicono in Vaticano) Perlasca.

Un tribunale di Londra, però, ha stabilito che il contratto firmato dal monsignore “incapace” è valido e che perciò non c’è stato il ricatto/estorsione. Giacché Torzi (contro il quale c’è un mandato d’arresto internazionale) ha parecchie cause in corso in Italia, oltre che in Vaticano, la storia del palazzo londinese riciccerà di tanto in tanto rimbalzando su carta stampata e tv.

Il dato certo è che, tra imbroglioni e incapaci, la caverna di Alì Babà scatena insaziabili avidità a caccia di proficue vie nei mille corridoi vaticani. Per questo Papa Francesco sta riformando vecchi istituti, emanando nuove leggi penali e creando nuovi uffici (distribuendo incarichi in base alle capacità). La risistemazione (e semplificazione) delle molteplici fonti di reddito e di spesa ha fatto piazza pulita del passato, ma il cammino non è finito. Nel bilancio della Santa Sede non ci sono, per esempio, le Conferenze episcopali (basti pensare a quanto sia potente qui la Cei), le diocesi, le parrocchie, le congregazioni e gli istituti religiosi sparsi in tutto il mondo. Ci sono il bilancio della Città del Vaticano (cioè del Governatorato), l’Istituto per le opere di religione (il famigerato Ior!), l’Obolo di San Pietro, e una serie di Fondazioni che collaborano con i dicasteri.

Le cifre? Il patrimonio netto sta sotto il miliardo e mezzo. Tutto sommato la Curia si colloca al livello di una piccola squadra di calcio. Anche se si aggiungono le altre voci (Obolo, Ior, etc.) il patrimonio si aggira sui 4 miliardi di euro. La Santa Sede ha registrato entrate per 307 milioni di euro (50 milioni provengono dall’Obolo) e uscite per 318 milioni. Il bilancio previsionale 2021 della Repubblica di San Marino supera il miliardo di euro. Tanto per fare un esempio.

 

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