Geri del Bello nell'illustrazione di Gustave Dore

DANTE. La vendetta divina non va mai in prescrizione

«…chi n’ha colpa creda che vendetta di Dio non teme suppe…». In questo verso (Purgatorio, XXXIII, v. 36), Dante ricorda che la vendetta divina non va mai, per così dire, in prescrizione. Essa arriva inevitabile. Ma perché Dante tira in ballo le “zuppe” delle quali Dio non si cura quando esercita la vendetta?

Su questo, i commentatori ancora si accapigliano. Nell’edizione della Divina Commedia che ho sottomano (Ed. Hoepli, 1938), la nota richiama il commento di Jacopo Della Lana, che fu il primo chiosatore della Commedia, tra il 1324 e il 1328. Il commento lanèo richiamava un’antica usanza greca, secondo la quale un omicida che fosse riuscito a mangiare una zuppa per nove giorni consecutivi sulla tomba dell’assassinato non avrebbe più dovuto temere la vendetta dei parenti della vittima. Della Lana concludeva: «Ed usasi a Firenze di guardare per nove dì la sepoltura d’uno che fosse ucciso, acciò che non vi sia suso mangiato zuppa». La tomba veniva sorvegliata per impedire all’omicida di manguare la zuppa dell’impunità.

Della tradizione degli antichi Greci a proposito della zuppa non v’è traccia (o almeno io non l’ho trovata). Per quanto riguarda gli usi fiorentini, la ricerca l’hanno fatta nel corso dei secoli centinaia di autorevoli commentatori. E più di qualcuno ha confermato che una usanza feudale garantiva l’immunità all’assassino che fosse stato capace entro nove giorni dal delitto di mangiare una zuppa sulla tomba della vittima. L’usanza vigeva ancora nella Firenze del Duecento.

E se con “suppe” Dante intendesse altro? Secondo qualcuno, la parola starebbe per “offe“, le piccole focacce di farro degli antichi Romani. Fu un’offa intrisa di sonnifero che rese innocuo Cerbero, gigantesco cane a tre teste guardiano degli Inferi nella mitologia greca, consentendo così ad Enea la discesa nel regno dei morti (Eneide, VI, 420). I riferimenti di Dante alla mitologia greco-romana sono innumerevoli e, per questi 700 anni dalla morte (13/14 settembre 1321), ho intenzione di riportarne alcuni un po’ alla volta. Tornando al verso, il senso sarebbe che nessuna “offa” avrebbe fermato il veltro (cane da caccia) dall’addentare la volpe. È la famosa “Profezia del Veltro“, argomento alquanto impegnativo da trattare a parte.

Tornando alle “suppe“, molti dicono che la parola fosse riferita all’usanza dei re francesi di farsi giurare fedeltà dai vassalli facendo loro mangiare un pezzo di pane intriso nel vino. Un uso chiaramente blasfemo in quanto imitazione del rito cattolico della comunione.

Capita sempre così con Dante: le spiegazioni dei suoi versi riempiono volumi e volumi.

A proposito della vendetta, va detto che gli statuti di molti Comuni in Toscana prevedevano e regolavano il diritto alla vendetta, la quale poteva essere esercitata soltanto su chi aveva compiuto l’offesa/delitto e, se lui fosse nel frattempo deceduto, sui suoi discendenti maschi.

Vendicarsi di propria mano era consentito all’offeso (che potesse mostrare le lesioni subite) e ai suoi congiunti. Anche alle mogli dei familiari della vittima era consentita la vendetta, che, però, sarebbe dovuta essere sempre adeguata e non sproporzionata all’offesa; familiari e consorti non avevano il diritto di aiutare chi fosse stato colpito da una vendetta legittima; se fosse intervenuto un magistrato a punire, nessuno avrebbe più potuto esercitare il diritto alla vendetta.

In quanto alla vendetta proporzionata all’offesa, si consigliava di non farsi prendere dall’ira, giudicata “maliziosa” perché avrebbe potuto causare gesti spropositati e perciò illegali.

Secondo gli storici e i filologi che hanno studiato quegli antichi statuti toscani, risulta chiaro che la famiglia (intesa anche come sodalizio dei diversi rami familiari) e gli amici avevano, oltre che il diritto, il dovere morale di intervenire ed assicurare ogni risorsa necessaria al compimento della vendetta.

Che cosa pensasse Dante della vendetta è altro tema che appassiona gli studiosi. C’è un momento (Inferno, XXIX, vv.1-37) nel quale compare un parente (Geri del Bello, cugino del padre di Dante) che richiama una vendetta incompiuta. Per vendicare l’uccisione del proprio padre, Geri del Bello, travestito da lebbroso, era riuscito ad entrare nella casa della famiglia nemica, ad uccidere il primogenito dell’omicida ed a fuggire. Parecchio tempo dopo l’impresa, era stato riconosciuto e accoltellato, ma la sua morte aspettava ancora di essere vendicata.

Virgilio, la guida nel viaggio all’Inferno, interruppe il contatto rimproverando Dante per essersi soffermato.

 

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