BIRMANIA. Tutti (Cina esclusa) contro la giunta militare

La repressione in Birmania è molto dura. La polizia spara e uccide. Perché la giunta militare ha scelto questa strada? Il primo risultato di una reazione spropositata della polizia è che molti, per paura o per prudenza, non scendono più in piazza. Il secondo, immediatamente conseguente, è che a combattere restano soltanto gli “estremisti”, sicché le manifestazioni di protesta da pacifiche diventano violente, legittimando così la violenza poliziesca. È un meccanismo che, però, funziona soltanto a certe condizioni. La polizia che spara dev’essere democratica, il governo dev’essere democraticamente eletto e la protesta può essere depotenziata con un qualche compromesso. Soprattutto – ed è il dato dirimente – la protesta dev’essere interna e non pilotata dall’esterno. L’affaire-Moro (il presidente della DC fu rapito il 16 marzo del 1978) fece scrivere a molti che le Brigate Rosse erano teleguidate dai servizi segreti di Bulgaria, Cecoslovacchia, Germania dell’Est e via dicendo. Bisognava assolutamente dimostrare al mondo che il popolo italiano non aveva niente che fare con la rivolta armata e che erano i Paesi dell’Europa comunista a fomentare l’estremismo brigatista per destabilizzare l’Italia. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha intelligentemente ricordato che la violenza brigatista portò all’unità nazionale (oggi la violenza generatrice dell’unità è quella di un virus).

La giunta militare birmana (chiamano il loro Paese Myanmar ma non hanno ancora coniato il relativo aggettivo) non ha speranze di soffocare la protesta prima che la comunità internazionale, scandalizzata per le uccisioni di pacifici dimostranti, intervenga pesantemente. Le dichiarazioni di guerra che arrivano dall’Onu e dal dipartimento di stato americano (basta citare questi due big player; gli altri sono comparse, a cominciare da Bruxelles e dintorni) fanno presagire che il governo golpista abbia i giorni contati.

In Siria, per esempio, era stato innescato lo stesso meccanismo (protesta-repressione-cambio di regime) che non ha ancora completato il percorso perché s’è messa di mezzo la Russia che s’è schierata a favore del governo di Damasco. Chi si schiererà a favore della Birmania, o Myanmar che si voglia?

Il primo effetto (quello di convincere la gente a starsene a casa) c’è stato ma la popolazione giovanile, che in Birmania è più alta di quella anziana, s’è fatta più decisa. A vedere le foto non ci sono black bloc in azione. Le mascherine non sono soltanto per mimetizzarsi ma per il virus e non ci sono stati ancora episodi (ma va ricordato che tutti i media sono contro la giunta militare) di violenza organizzata da parte dei giovani manifestanti. Che, però, si stiano organizzando lo si vede dai teli di plastica a protezione degli idranti della polizia.

La polizia aziona gli idranti…

I giovani, si sa, è difficile convincerli tutti a lasciar perdere con i soliti “machitelofafare”, “nontirovinare” “pensaammammatuachetiviuoletantobene”; in ogni caso, c’è sempre una minoranza di irriducibili. In Paesi vecchi, come il nostro, i giovani risentono del clima anziano e se ne stanno a casa a vivere una vita virtuale. Eppure, perfino nella geriatrica Italia si muovono giovani malati di giovinezza attiva.

…e i giovani si riparano

È certo che i giovani birmani vanno avanti e che non si fermeranno in tempo per consentire al governo di dichiarare il ritorno alla normalità.

Il cardinale Charles Bo, arcivescovo di Yangon (quando si chiamava Rangoon era la capitale), ha esortato ad «ascoltare la popolazione» e i monaci buddisti hanno avvertito che sfileranno nelle strade se il governo non metterà fine alle stragi.

La giunta militare sta cercando di togliere l’acqua ai pesci. Sequestrano o congelano i conti delle Ong (principali fonti di finanziamento delle proteste). Hanno perfino preso il controllo dei fondi della Open Society Foundation (quella del famigerato Soros) e perquisito sedi della Caritas e della Chiesa cattolica. Insomma, stanno provando a resistere ma avrebbero bisogno di un supporto aperto della Cina (non a caso i manifestanti hanno attaccato le fabbriche cinesi) sull’esempio della Russia in Siria.

È certo che un cambio della guardia al vertice s’impone. Scaricando le colpe su un paio di generali, gli altri potrebbero restare in sella. Intanto, si profila l’intervento dell’Asean, l’Associazione che raggruppa dieci nazioni del Sud-est asiatico. I disordini in Birmania, fra l’altro, non fanno bene agli affari.

 

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