LIBIA. Il governo provvisorio e l’industria dei migranti

La Libia non finirà a pezzi. Forse. Il compromesso tra le due principali parti in lotta ha portato ad un governo di unità nazionale, che ha ottenuto la fiducia del Parlamento (riunito in una Sirte blindata) con 121 sì espressi dai 132 parlamentari presenti all’appello. In effetti i membri del Congresso Generale Nazionale, come si chiama lì il Parlamento, sono 200 e perciò le assenze dovrebbero essere un campanello d’allarme. Invece sono tutti ottimisti a cominciare dal presidente del Consiglio italiano, il quale ha telefonato gli auguri al primo ministro libico Abdelhamid Dabaiba. Il petrolio libico ha ricominciato a fluire verso di noi giacché la “pace” questo significa nei Paesi che galleggiano sull’oro nero: ripresa delle esportazioni e regolarità nelle forniture. Mario Draghi ha, ovviamente, espresso un augurio “interessato” ricordando «le prospettive di ulteriore rafforzamento del partenariato bilaterale nei diversi settori di comune interesse». E meno male che il ministro degli Esteri Di Maio se n’è stato zitto.

Ai combattimenti tra i militari del Governo di Accordo Nazionale (GNAGovernment of National Accord) e quelli dell’Esercito Nazionale Libico (LNALybian National Army), si sono sovrapposti i “superiori interessi del petrolio”, per cui, Nazioni Unite in testa, protagonisti e co-protagonisti si son dati da fare per riportare la “pace”.

Alla prossima vigilia di Natale, i libici saranno chiamati al voto per eleggere i loro rappresentanti ed il nuovo presidente e già sono partite le campagne elettorali di Dabaiba, dei Fratelli Musulmani, di Fathi Ali Abdul Salam Bashagha, di Abdel-Hafiz Ghoga… insomma sono scesi in campo ministri, ex ministri ed “avvocati del popolo”.

Una riflessione andrebbe fatta a proposito dell’annuncio delle prossime libere democratiche pacifiche elezioni. È stata l’inviata delle Nazioni Unite Stephanie Williams a dare la notizia nel corso di una conferenza stampa online.

Mentre la Libia riprende a camminare senza inciampare nei morti per strada, tocca preoccuparsi dei “ribelli”, cioè dei militari/militanti che non accettano l’accordo e dei mercanti di carne umana che, con l’appoggio di banditi più o meno “istituzionali”, non hanno mai smesso di fare affari. Tocca vedere quanti sul fronte dei laudatores della rinnovata unità libica – Onu, Usa, Ue, Lega Araba etc. – daranno una concreta mano per fermare i neoschiavisti e mercenari vari.

L’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri Josep Borrell ha lanciato subito un twitter augurale alla Libia, ma i problemi sul tappeto non si risolvono con i messaggini sui social (a parte il fatto che la dignità di chi dovrebbe rappresentare le Istituzioni se ne va a farsi benedire, tant’è vero che Draghi conserva alto il proprio prestigio non partecipando allo stupidario social).

È dal cessate il fuoco di ottobre 2020 che la guerra civile si è trasformata in un percorso di comune ricerca del compromesso. In buona sostanza, sia il governo di Tripoli (riconosciuto dall’Onu e appoggiato direttamente dalla Turchia) che il governo di Bengasi (appoggiato da Egitto, Russia ed Emirati Arabi Uniti) hanno deposto le armi per formare insieme un governo di salute pubblica che conduca pacificamente alle elezioni di dicembre. È una strada obbligata per tutti i Paesi dove le regole democratiche hanno perso, diciamo così, smalto. Anche qui da noi, dove i governi presidenziali si sono succeduti in attesa di arrivare alle prossime elezioni, le forze politiche hanno scelto alla fine di formare un governo unitario per “affrontare l’emergenza”. Superfluo aggiungere che questa emergenza sanitaria non avrebbe costretto il presidente Mattarella ad inventare le più strane formule se il ceto politico dominante avesse fatto il proprio mestiere seriamente. Anche ora abbiamo le vaccinazioni che vanno a rilento, mentre, per esempio, i 18 milioni di abitanti del Cile sono stati tutti vaccinati, alziamo peana al cielo per aver vaccinato quasi due milioni di persone su una popolazione di 60 e passa milioni. Tristezze domestiche in comune con la Libia, dove le bande armate, l’industria dei migranti e le inevitabili resistenze alla pace metteranno alla prova questo governo di transizione e i suoi protagonisti.

 

 

Lascia un commento

Questo sito utilizza i cookies. Se accetti o continui nella tua visita, consenti al loro utlizzo .

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close