Dante fu condannato a bruciare vivo in piazza a Firenze

Aveva 37 anni quando il Guelfo Bianco Dante Alighieri fu condannato ad essere bruciato vivo sul rogo dai Guelfi Neri che tenevano Firenze per conto di papa Bonifacio VIII. In effetti, venne condannato due volte: il 27 gennaio e il 10 marzo del 1302, ma lasciamo agli specialisti le opportune distinzioni e giardiamo all’uomo politico che impugna la spada per riprendersi la città. Dante partecipò personalmente a due incursioni con i compagni di sventura Bianchi e con i Ghibellini di stretta osservanza imperiale. Le due imprese “garibaldine” fallirono e Dante decise di lasciare la compagnia ed imboccare la strada dell’esilio definitivo (sui motivi gli storici non sono concordi, ma è probabile che un uomo di sottile ingegno come Dante si fosse stufato di cavalcare insieme con una banda disorganizzata e maldiretta).

Nel XVII canto del Paradiso, Dante fa parlare il proprio trisavolo Cacciaguida degli Elisei, soldato nella grande crociata comandata da Luigi VII di Francia e da Corrado III di Svevia, sulle tribolazioni dell’esilio. Cacciaguida dice (i versi non sono di facile lettura, perciò ne riportiamo una versione in prosa): «Già si riverserà tutta la colpa sui vinti, come al solito». È, dunque, una prassi antica e perciò non sono i perfidi americani o i barbari comunisti ad addossare le colpe ai vinti italiani, tedeschi e giapponesi e loro alleati. Quelli che ne fanno una questione di “onestà”, guardino a Cacciaguida-Dante e prendano a guardare ai fatti con occhio lucido e storicamente attrezzato. Leggiamo ancora: «Tu sarai prima costretto ad abbandonare tutto ciò che al tuo cuore è più caro; e dovrai quindi sperimentare che dura e amara cosa sia l’esser costretti a dipendere dall’altrui generosità».

La conclusione testimonia di un fatto purtroppo verificato anche da chi scrive. «Il guaio peggiore – dice Dante a sé stesso facendo parlare il trisavolo – sarà per te il contegno dei tuoi compagni di sventura». E cosa si fa per disintossicarsi? Ecco la risposta: «Tu ti staccherai da loro, contento di restartene senza alcuna compagnia».

Meglio troncare quando i tuoi “compagni di sventura” disvelano la loro pochezza mentre diradano i fumi della battaglia.

È normale che, terminata la lotta, calmato il sangue, pacificati cuore e cervello, si entri nello stato richiamato da Lucifero nel XXXIV canto dell’Inferno: «Io non mori’, e non rimasi vivo». Poi Lucifero invita ad immaginare «qual io divenni, d’uno e d’altro privo», cioè senza vita e senza morte. Si potrebbe ripetere un altro verso dantesco per rispondere a chi non è né morto né vivo: come color che son sospesi.

A 700 anni dalla morte del padre della lingua italiana, s’avverte come più d’un dovere dedicargli qualche nota su queste pagine, tentando, ovviamente, di non accodarsi a “letture” paludate e retoriche o addirittura a sceneggiate di comici o di attrici.

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