Il PAPA IN IRAQ. «Giù i muri. Siamo tutti figli di Abramo»

A parte le invocazioni alla pace, alla riduzione degli armamenti, a sfamare gli affamati, alla fratellanza… tolte, insomma, le parole dovute, nel senso che se un Papa non prega per la pace etc. non fa bene il proprio mestiere, ci sono ben altre parole, parole terribili pronunciate da Bergoglio in Iraq.

Dalla piana (in effetti è un deserto) di Ur, da cui – si racconta – si mosse Abramo (nome che significa “padre di molti“) fondatore delle tre religioni monoteiste, papa Bergoglio ha lanciato messaggi pesanti verso Israele. Ha detto che i muri non servono, con allusione più che mai chiara al muro di Gerusalemme. Ha avvertito che i muri fanno arrabbiare (ha detto proprio “arrabbiare“) le persone. «Amare e custodire i luoghi sacri – ha aggiunto – è una necessità esistenziale, nel ricordo del nostro padre Abramo, che in diversi posti innalzò verso il cielo altari al Signore». La tutela di Gerusalemme come città internazionale, protetta contro ogni okkupazione, cozza contro l’espansionismo israeliano, che ha un punto fermo nella proclamazione di Gerusalemme come capitale.

Nel discorso papale (letto in italiano, fra l’altro) ha ripreso a ticchettare forte la bomba ad orologeria che la Chiesa di Roma ha assemblato da tempo. È il richiamo all’unità religiosa. L’accorata richiesta ad abbattere le barriere che storicamente dividono le confessioni che bene o male si richiamano allo stesso Dio. L’invito l’ha fatto con un’oculata scelta di parole, guardando ai Caldei e agli altri in ascolto. Ha detto, per esempio, “gruppi“, quasi fosse un gruppettaro sessantottino urlante “uniti si vince” contro la polizia. «…siamo chiamati – ha insistito – a lasciare quei legami e attaccamenti che, chiudendoci nei nostri gruppici impediscono di vedere negli altri dei fratelli…».

Non ha parlato di chiese o di religioni. Ha semplicemente detto che «dobbiamo uscire da noi stessi» e di piantarla di rinchiudersi ciascuno nel proprio gruppo. «Abbiamo bisogno di uscire da noi stessi, perché abbiamo bisogno gli degli altri».

A parte Israele, che è razzista e che perciò sarà più difficile far convergere nel progetto unitario di una sola chiesa universale facente capo ad Abramo, l’Islam ha già in sé il messaggio alla pace e alla fratellanza. Bergoglio ha cominciato con gli sciiti (confessione minoritariarispetto ai sunniti) i quali hanno risposto all’appello per bocca del Grande Ayatollah incontrato a Baghdad e, nel deserto di Ur, scelto come luogo privilegiato per l’incontro interreligioso, i volti dei sacerdoti-leader erano immobili e attenti, ma la loro presenza è già un segno inequivocabile di una felice apertura.

Perché la Chiesa di Roma va ricercando l’unità dei “gruppi“? Perché la fede religiosa si va annacquando, perché il mondo contemporaneo lascia poco spazio a un dio di qualunque setta sia. L’ateismo non è motivato, né spiegato e nemmeno avvertito. Più che altro è indifferenza. Meglio la gita al lago che la messa della domenica. La crisi delle vocazioni (e qui parliamo del Cattolicesimo) svuota i seminari nell’Occidente pasciuto. Meno male che in Africa, in Sudamerica e in vaste regioni dell’Asia ci sono ancora miliardi di persone che muoiono di fame. Lì donarsi come prete o suora è un bel modo per assicurarsi pasti regolari e alloggi confortevoli. Fino a qualche decennio fa, nel Sud d’Italia, i giovani poveri potevano scegliere tra fare il prete o il carabiniere oppure emigrare. Oggi il nostro Mezzogiorno non sforna più vocazioni religiose. Da qui ancora si emigra, ma è un’emigrazione di cervelli non più di braccia.

La plurimillenaria esistenza della Chiesa di Roma è stata assicurata, dicono, dallo spirito santo. In realtà, è stata la capacità di affrontare, adeguarsi e, in alcuni casi, di gestire i mutamenti geopolitici, le evoluzioni nei costumi e nella morale dei popoli, e, soprattutto, è stato lo sguardo rivolto al futuro, prevedendo e anticipando, la vera forza della Cattedra di Pietro.

Mentre sul fronte interno, il papa (inteso come figura al di là dei nomi) preme per una ripresa dello spirito evangelico-missionario in una classe di preti più attenti alle cose del corpo che a quelle dello spirito, sul fronte esterno chiama a raccolta i fratelli separati (calvinisti, luterani etc.) con gli occhi rivolti all’obiettivo finale affinché cattolico, che significa universale, sia l’aggettivo comune per tutti i figli di Abramo.

Lascia un commento

Questo sito utilizza i cookies. Se accetti o continui nella tua visita, consenti al loro utlizzo .

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close