«La spia del serbatoio è rossa. Frank, moriremo! Frank, è la fine!... Un momento, aspetta un momento… mi sono sbagliato: è la spia del citofono»

Benito Mussolini: La politica deve dominare l’economia

La democrazia parlamentare partorita in Italia da una Carta costituzionale confezionata tra gli equilibrismi Dc-Pci, le pressioni “alleate” e quella di Santa Romana Chiesa e altro ancora di più difficile semplificazione (necessaria in questa nota) è morta. Non da oggi. Non con il commissariamento imposto dal Quirinale e con le nomine a colpi di decreti governativi di generali e tecnocrati vari. La democrazia parlamentare italiana è morta per consunzione o, se volete, per lento suicidio.

Tutto è cominciato quando una folta schiera di professionisti della politica decise di ricorrere alla giustizia tribunalizia per consumare vendette e ribaltamenti. Una fetta di magistratura ne approfittò per allungare le mani sul potere. Gli scandali con relativi processi hanno da sempre fatto parte della vita politica. Nell’antica Roma non furono poche le carriere di successo costruite nei tribunali. La denuncia di un Vip era il modo migliore per un parvenu di cominciare la scalata. La prassi fece anche la fortuna di molti avvocati che patrocinando o accusando diventarono addirittura consoli (l’esempio più eclatante ce lo dà Marco Tullio Cicerone che inventò un’emergenza – ah! la Storia che si ripete! –).

Fin dagli albori, la cosiddetta prima repubblica è stata scossa, a volte pesantemente ma più spesso in misura lieve, dagli scandali. Tutti, manco a dirlo, pilotati da amici/nemici interni/esterni. Scandalo delle banane, affare Montesi, rapporto Pike (CIA), Antelope Cobbler… i giovani non sanno e i vecchi non ricordano (soprattutto adesso che hanno paura di morire di polmonite) che di scandali ce ne sono stati a bizzeffe. Mai, però, il Parlamento, il sistema politico, i partiti, i grand commis erano stati chiusi in una gabbia e buttati a mare. Il golpe mediatico-giudiziario, che cominciò contro Bettino Craxi e il Partito socialista (Beppe Grillo conquistò il successo accusando i forchettoni – espressione comunista coniata contro i democristiani – socialisti e craxiani in special modo), finì con lo spedire in galera o al cimitero i partiti che avevano regolato la vita pubblica italiana per circa mezzo secolo.

La sparizione di un ceto politico (onesto o disonesto che fosse) fece emergere le lacune (diciamo così) del sistema. L’imprevista irruzione sulla scena di Silvio Berlusconi impedì ai registi del golpe di portare a termine l’operazione (nel Pci, gioiosa macchina da guerra, già si litigavano i ministeri) ma consentì anche a una miriade di incompetenti di approdare ai piani alti delle Istituzioni. La gente fu convinta ad odiare i “professionisti della politica” e così siamo arrivati a oggi.

La Repubblica si vuole salvare? Deve mutare pelle, cancellare vecchie norme costruite nella paura della comparsa di un nuovo Mussolini, ricondurre la magistratura all’esercizio impersonale della giustizia e, soprattutto, dire al popolo la verità. Cosa, quest’ultima, non pericolosa data l’ignoranza diffusa. Molti comprenderebbero qualcosa a sprazzi grazie ai vari porta a porta televisivi e gli altri nemmeno se ne accorgerebbero. Basta assicurare le feste comandate, le vacanze e i figli promossi a scuola pure se sono ciucci.

A proposito del nemico Benito Mussolini dal quale ci difende la Costituzione, leggiamo un pezzettino di una nota pubblicata dal “Popolo d’Italia” il 12 gennaio 1932.

«… molti vincoli si sono allentati – scriveva Mussolini – taluni postulati tradizionali e basilari franano; la sfiducia nel domani conduce a teorizzare il carpe diem e la disperazione sbocca da una parte nell’avarizia e dall’altra nella dissipazione…nella miseria senza domani». E, sullo stesso giornale, qualche mese dopo (12 maggio) scriveva: «La crisi del mondo non si guarisce annegandolo nella carta torchiata. Sarebbe troppo facile! Non si guarisce con gli stupefacenti; si guarisce con misure radicali che devono cominciare dal terreno politico, poiché la politica ha dominato e sempre dominerà l’economia; poiché solo sul terreno politico, sgomberando le nubi che salgono lente e minacciose agli orizzonti del mondo, gli uomini ricominceranno a credere in se stessi, nella loro vita, nel loro destino – che per tre quarti almeno – è creato dalla loro abulia o dalla loro volontà».

Ma l’abulico deve sapere di esserlo, l’ignorante deve avere coscienza della propria ignoranza… giacché nessuno ha l’onestà di ammettere di non essere granché ecco che spuntano i commissari del popolo. No? Quelli erano comunisti e questi non lo sono? Differenze di lana caprina. Chi conosce il gesuitismo (e meno male che non c’è più il Papa Re) sa che il nocciolo è lo stesso.

 

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