Non riconosciamo la vostra unione, ma conosciamo le buone carte di credito

DESTRA&SINISTRA. Cavour, il primo a consumare il connubio

Si fa gran parlare della maggioranza di governo composta da partiti e movimenti in guerra tra loro, alcuni per contrapposte culture, altri per motivi di leadership. Se guardiamo un po’ indietro, saltando gli esperimenti tipo Lega-Cinquestelle o il pentapartito a guida Spadolini oppure l’esapartito pilotato da Bonomi, c’è un esempio che fa premio su tutti: è il Connubio – e mai etichetta fu più appropriata – che Camillo Benso conte di Cavour, capo del “centrodestra”, strinse con il “centrosinistra” del patrizio Urbano Rattazzi nel 1852.

Fu una bomba fabbricata in segreto e che Cavour fece esplodere al momento opportuno puntando – e vincendo – sul fattore sorpresa. Inutile dire che la strana coppia d’allora difese l’innaturale unione giustificandola con i superiori interessi della Nazione. Amen. Data la mitologia risorgimentale, Cavour è presentato come uno dei “padri della patria” nonché “grande tessitore”, fine politico, abile stratega e chi più ne ha più ne metta. Costruire mitologie è uno dei compiti del potere politico (ma anche di quello religioso) per esercitare il necessario controllo sulle masse e perciò è una tecnica più che legittima. Stupido è, invece, l’atteggiamento del follower ignorante e superficiale che non fa alcuno sforzo per esercitare almeno un simulacro di spirito critico, preferendo ripetere a pappagallo i luoghi comuni vigenti sui social.

Ebbene, Cavour mostrò grande furbizia fin dalle prime mosse. Il marchese suo padre aveva fatto il capo della polizia a Torino e la gente ne aveva conservato un odioso ricordo. Il marchese suo fratello era pappa e ciccia con i preti; e non gli faceva buona pubblicità. Per entrare, dopo parecchi tentativi andati a vuoto, nel Parlamento subalpino, Cavour organizzò maneggi che oggi definiremmo “voto di scambio”.

Altri handicap erano la sua obesità ed una brutta voce, per cui irritava quei gentiluomini parlamentari, quasi tutti aristocratici di grande cultura e di raffinate maniere. In più, il neo-parlamentare era, come dicevano all’epoca, a digiuno di arte e filosofia. In quanto alla lingua italiana era una vera frana: «la parola – scrissero all’epoca – gli usciva dalle labbra gallicamente smozzicata; tanti erano i suoi solecismi, che metterlo d’accordo col dizionario della lingua italiana sarebbe a tutti sembrata impossibile impresa». La citazione chi scrive l’ha ritrovata tra vecchi appunti presi a mano (sarà bene accetto l’intervento di lettori in grado di dare un nome all’autore), ma è del tutto genuina. Cavour era testardo e, mentre ordiva intrighi, studiava. Non divenne mai un grande oratore, ma riuscì a parlare un accettabile italiano (in pubblico, perché in privato continuò ad usare il francese, sua lingua madre).

Nel corso dell’attività parlamentare svolta prima di “sfondare”, a Cavour fu appioppata l’etichetta di “persona inattendibile“, cosa che a quei tempi valeva forse più dell’appellativo di “cornuto” (con immancabile duello all’alba). Marco Minghetti lo giudicava «troppo pieghevole per sua personale ambizione» e Massimo Taparelli marchese d’Azeglio lo definì «despota come un diavolo».

Sottolineare che, ai giorni nostri, essere “pieghevoli” al fine di sedere su una poltrona, vuol dire essere “pragmatici”, “realistici” e via retorizzando sarebbe deriso con l’accompagno “ma-tu-in-che-mondo-vivi”, per cui torniamo al “Connubio” di centosettant’anni fa.

Come arrivò Cavour ad occupare la poltrona di capo di un governo a mezzadria tra destra e sinistra?

Massimo d’Azeglio, che nel 1852 era presidente del Consiglio e leader della Destra Storica, fece approvare una legge che istituiva il matrimonio civile. Il mondo clericale insorse e il re Vittorio Emanuele II (che da buon Savoia aveva stretto un patto segreto con papa Pio IX) mise il veto, bloccando la legge. Il marchese d’Azeglio, che era uomo tutto d’un pezzo oltre che coraggioso soldato, presentò le dimissioni e balzò sul palcoscenico il conte di Cavour, il quale aveva assicurato il re che avrebbe silenziato l’anticlericalismo alimentato dalla Massoneria (Massimo d’Azeglio era massone).

Fu così che Camillo Benso conte di Cavour divenne presidente del Consiglio (e al Senato la legge sul matrimonio civile non ebbe la maggioranza).

Giusto per correttezza d’informazione, il “Connubio” fece una buona riuscita nei salotti buoni. Di economia il conte ne sapeva abbastanza da prendere le corrette iniziative per raggiungere il pareggio di bilancio mentre dava avvio allo sviluppo delle ferrovie. Fece anche un accordo con i Rothschild e mandò i bersaglieri in Crimea. Pe la gente comune, il popolino, non mutò granché: i suoi figli, invece di andare a morire contro gli Austriaci, andarono a morire combattendo contro i Russi.

Ancora una volta, la Storia dava ragione a Carlo Pisacane: i cambi al vertice non cambiano la situazione se non si vara un programma sociale. Ogni riferimento alla situazione odierna è puramente causale.

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