REPRESSIONE Lo sciopero del fumo è un bell’esempio

«… ed i militari sguainata chi la sciabola, chi lo squadrone, chi la baionetta, si posero a far man bassa sull’inerme popolazione colta alla sprovvista…». Lo “squadrone” era una grande sciabola che veniva usata solitamente di piatto per disperdere la folla, un po’ come gli odierni manganelli usati dalle forze dell’ordine. Ma perché quei militari aggredirono pacifici cittadini? È una pagina di storia risorgimentale, che di questi tempi dovrebbe essere particolarmente studiata dai movimenti antagonisti. La repressione dispone oggi di strumenti che evitano agli uomini in divisa (e a quelli in borghese, di solito più pericolosi per il manifestante) di usare la violenza. Non più gente trascinata nel cellulare (il telefono non c’entra) tra reporter, fotografi, cineoperatori scomodi testimoni. I manifestanti sono ripresi da telecamere fisse e mobili, sicché gli agenti si presentano all’alba a casa per portar via il “facinoroso” in tutta tranquillità. Pare abbiano anche inventato una scappatoia per imputare la flagranza anche dopo diversi giorni dal fatto.

La Giustizia in Italia zoppica e, per rimediare (senza successo), inventano fattispecie di reati, tipo “concorso esterno in attività mafiosa“, che fanno inorridire i giureconsulti dei Paesi civili. Ma tant’è. Non ci si può fare niente.

Cosa c’entrano dunque i soldati di cui sopra? Era l’inizio del 1848 (che diventerà sinonimo di casino: qui succede un quarantotto!) e i milanesi avevano deciso di protestare contro le prepotenze austriache senza strillare e senza provocare le guardie. Per strada, non si vedeva una sola persona che fumasse. Era lo sciopero del fumo. L’obiettivo era duplice: da una parte dimostrare la propria insoddisfazione (diciamo così) e dall’altra causare un danno economico al monopolio governativo.

Le guardie intervennero ugualmente e pesantemente (si contarono centinaia di ferite e decine di morti). Il 31 gennaio, il vicesegretario della congregazione municipale di Milano, tale Crippa, scrisse in un rapporto sui fatti: «Se i cittadini malmenati dalla guarnigione avessero reagito, sarebbe stato facile il travolgere i fatti primitivi della provocazione ed il dimostrare come i milanesi fossero insorti contro la forza pubblica. Ma nessuno reagì contro i militari; ma fra I’infinito numero degli arrestati nessuno si trovò munito della menoma arma».

«Verso le ore 4 pomeridiane del giorno 3 gennaio 1848 – raccontava Crippa – le contrade della città di Milano cominciarono ad essere inondate da bande di soldati, che contro la loro abitudine, i loro mezzi pecuniari, e le severe discipline militari, avevano il sigaro in bocca. Non pochi ne avevano due contemporaneamente».

L’obiettivo era costringere la gente a fumare.

C’è una considerazione di Crippa che merita particolare attenzione: «La pubblica opinione non può essere frenata e diretta se non accordandole ciò che chiede; contro la pubblica opinione non si può procedere. Era quindi interesse di alcuni il far credere che non già la pubblica opinione, ma sì bene alcuni pochi malcontenti ed una fazione attizzassero le espressioni del pubblico malcontento».

È un punto basilare: la protesta funziona se trova consenso nella pubblica opinione. È evidente che oggi, tra manipolazioni massmediatiche e ignoranza diffusa, sarebbe stupido immaginare una pubblica opinione consapevole. A parte i temi che fanno paura (i ghiacciai che si sciolgono etc.) nessun argomento riesce a mettere in moto la gente. Se parte una campagna dall’alto (proteggiamo la foca monaca e cose del genere), un po’ di gente si muove. Abbiamo visto la gente cantare dai balconi aderendo agli inviti governativi. È anche scontato che nessuna protesta può evitare manganelli, denunce e galera, ma è evidente che il sistema repressivo corre brutti rischi sul piano dell’immagine perché le aggressioni contro pacifici cittadini non è vero che passino sempre impunite.

Lo sciopero del fumo, annotava Crippa, era una delle dimostrazioni «che miravano a stabilire il pieno accordo della popolazione, ed a far riconoscere che la pubblica opinione era concorde nel malcontento e nel manifestarlo».

L’esempio dei milanesi che quel giorno scelsero di non fumare potrebbe essere tradotto in forme attuali di protesta che non consentano alle guardie di allungare le mani. Un po’ di fantasia non guasta mai.

 

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