La democrazia è quando due lupi e un agnello votano su cosa mangeranno a pranzo. La libertà è un agnello ben armato che contesta il voto.

DEUS EX MACHINA. Draghi al lavoro con i politicanti. Ahilui!

Il “deus ex machina“. Era questa l’espressione che si usava quando a scuola si studiava sul serio. Nel teatro greco, se una situazione appariva irrisolvibile, dall’alto scendeva sulla scena un dio (il deus) sostenuto da corde manovrate da un marchingegno (la machina) il quale metteva tutto a posto. È il sogno della maggioranza della gente: uno che arriva e, con un tocco di bacchetta magica, sconfigge il caos.

Si chiamano “tecnici”. Nessuno usa più l’espressione “deus ex machina“, un po’ perché gli stessi comunicatori hanno fatto le scuole per modo di dire e un po’ perché se lo scrivessero dovrebbero sprecare tempo a spiegarlo al lettore abituato ai disegnini (si chiamano, esperienza che un nonno fa con i nipoti, “emoticon“) di più agevole uso delle parole (che richiedono, purtroppo per gli analfabeti, grammatica e sintassi).

Di tanto in tanto, sulla scena italiana (anche altrove, ma fermiamoci a casa nostra) compare un “deus ex machina“, sul quale si appuntano le speranze di cambiamento (nel senso, ovviamente, di miglioramento).

Un buon “tecnico” ha un progetto, ma è limitato dalla professione che esercita. È la ripetizione del “metti un martello in mano ad un uomo e tutto gli sembrerà un chiodo da battere“. Se il “tecnico” è un chirurgo, i problemi tenderà a risolverli con il bisturi. Se un omeopata, con i decotti. Se un ingegnere, con il cemento. Se un avvocato, con i codicilli. Il “tecnico” è per natura “limitato”. Bravo quanto si voglia, ma limitato.

Per questo fin dalle grandi migrazioni del secondo millennio a.C. le genti si sono affidate ai politici per farsi guidare. All’epoca il capo politico era spesso anche il re e il re era spesso anche il guerriero e il guerriero era spesso anche il sacerdote: il popolo si affidava all’uomo politico.

Il politico (non il politicante, attenzione!) ha una visione della comunità di cui è espressione, ha un progetto globale di strutturazione (o di ristrutturazione) della società e persegue obiettivi che siano equi per tutti gli strati della popolazione.

Non si inalberino i “democratici”. Nei secoli passati, al potere sedevano oligarchie alle quali si accedeva per nascita o per meriti speciali, mentre la plebe lavorava e obbediva. È vero, ma dov’è la differenza con la nostra “democrazia”?

Si può negare che non ci siano oligarchie dominanti? Qualcuno può affermare in tutta onestà che la plebe conti qualcosa? Sono state soprattutto le emergenze (da quella del “terrorismo”, quando in aeroporto ti spogliavano, a quella “sanitaria”, con relativi arresti domiciliari alleggeriti a tratti dalla libertà vigilata) a rendere evidente che la plebe deve obbedire senza fiatare alle leggi “eccezionali”.

E il voto? A prima vista sembrerebbe un atto volontario preso in autonomia, ma di rado è così. Nella maggioranza dei casi è indotto dalla manipolazione mediatica, da un intervento giudiziario (un avviso di garanzia e il gioco è fatto) e dall’intervento dei cosiddetti “poteri forti”. E qui arriviamo a Mario Draghi, dipinto come l’uomo delle banche e dei poteri forti, appunto.

Va subito detto che chi è noto ai media non è membro di un “potere forte”. Solitamente, si sceglie un demonio (come un finanziere speculatore tipo Soros) e gli si indirizza contro la cosiddetta pubblica opinione.

Una volta, Romano Prodi (dipinto come l’uomo della grande finanza etc.) lamentò di essere stato buttato giù dai “poteri forti”. Di recente anche il potente presidente Usa Donald Trump ha lamentato di essere stato sconfitto dai “poteri forti”.

In realtà, non c’è un tavolo intorno al quale i “poteri forti” decidono i destini dell’umanità. E nemmeno vanno in barca a complottare. Dietro gli oligarchi che si vedono, ci sono oligarchi che non si vedono e che costituiscono quello che, con locuzione presa da film americani, si identifica come “Deep State“, cioè il profondo e radicato potere che soltanto le rivoluzioni riescono a sradicare (e non sempre del tutto). Anche il “Deep State” deve lottare per sopravvivere e rafforzarsi. È una guerra di tutti contro tutti: è la lotta per la preminenza, per il dominio. Un dominio che non sarà mai totale perché i “poteri forti” in campo sono tanti e diversi fra loro.

In Parlamento, per esempio, deputati, senatori e loro seguiti si alternano nel gioco democratico delle parti, ma i segretari generali, i direttori, i funzionari che decidono, quelli non cambiano per decenni. Accumulano poteri in grado di bloccare qualsivoglia iniziativa parlamentare. E questo vale anche per i ministeri. A volte, come nel caso dell’attuale incompetente ministro degli Esteri, i direttori generali e i funzionari di lungo corso salvano la situazione conservando il prestigio del ministero, ma più spesso paralizzano il ministro che voglia fare di testa sua.

Altro dato da tenere presente: oligarchi, poteri forti, burocrati del Deep State sono costantemente in guerra tra loro. L’obiettivo di una multinazionale è abbattere la multinazionale concorrente. È nella natura della lotta economico-finanziaria. Se un “potere forte” giapponese si allea con un “potere forte” americano, lo fa per sconfiggere un “potere forte” cino-russo, per esempio.

È facile puntare il dito: ecco il nemico dell’Italia! Sciocchezze miste a mezze verità girano sui social. A queste si sommano le “notizie” di stampa, le quali “svelano” il Soros di turno. In base a questo bagaglio di conoscenze (diciamo così) il patriottico combattente sdraiato sul divano fa la guerra contro i “poteri forti”.

È avvilente, ma è così. Ciò non significa che Mario Draghi sia una Dama di San Vincenzo, ma lo vogliamo dire che è un adeguato commissario per un ceto politico evirato? Si può annotare, senza essere accusati di tradimento, che, assodato il veto presidenziale alle elezioni, Draghi dà più speranze di un governo Salvini-Di Maio o di un Di Maio-Conte-Zingaretti? Speranze in special modo in merito ad una spesa intelligente dei miliardi di euro a disposizione; ad uno stop alle mance, alle distribuzioni a pioggia per carpire consensi elettorali, ai finanziamenti agli amici degli amici.

A parte il fatto che, quando un uomo ci mette la faccia, di tutto lo si può accusare tranne che di essere un “agente segreto”, il vero quesito è: riuscirà il commissario Draghi ad evitare le trappole dei politicanti che lo colmano di elogi mentre gli avvelenano i pozzi?

Lascia un commento

Questo sito utilizza i cookies. Se accetti o continui nella tua visita, consenti al loro utlizzo .

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close