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CARLO PISACANE. I guasti della tirannica opinione collettiva

Carlo Pisacane, un guerriero ucciso dall’ignoranza (destino comune a molti), ha lasciato testimonianze scritte che difficilmente si trovano nelle antologie. A lui si riservano tuttalpiù qualche rigo e i versi di una poesia («Eran trecento, eran giovani e forti / e sono morti»). A proposito della “Guerra combattuta in Italia negli anni 1848-49“, Carlo Pisacane scriveva: «Dopo tre battaglie, quattro assedi e sessanta combattimenti, e dopo aver messo a ferro e fuoco Messina, Brescia e Catania, il dispotismo eleva vittorioso l’abborrito vessillo, e stringe dappertutto l’Italia con durissimi ceppi».

Anche allora, come oggi, alla gente non interessava altro che la propria quotidiana esistenza fatta di gesti e riti ripetuti stancamente, intessuta di sogni miserabili e costosi, appannata ogni giorno di più da recriminazioni e rimpianti. Anche allora come oggi, la gente voleva vivere in pace e sicura e, se questo significava rinunciare alla libertà, non aveva (non ha) esitazioni: meglio una vita in catene che la morte.

Ciò che accade oggi ha radici lontane. Ciò che è vero oggi, è sempre stato vero. Ci sono elementi, come la pioggia o il vento, che accompagnano la vita dei popoli. Scriveva Pisacane: «Più profonda è la causa la quale dirige la potenza collettiva di un popolo» E continuava: «Non sono gli eroi ed i potenti quelli che cambiano i destini delle nazioni; ma i bisogni delle nazioni che generano gli eroi; questi rappresentano sempre la personificazione di un principio in nome del quale afferrano il potere».

Nonostante l’abbrutimento, diceva l’eroe di Sapri, nel profondo del popolo vivono forze che di tanto in tanto esplodono in un’improvvisa attività creatrice.

«E la voce dei geni creatori, che precorrono i tempi, – concludeva – rimane spenta dalla tirannica opinione collettiva…». Soprattutto, aggiungiamo noi, quando la cosiddetta opinione pubblica è manipolata con abilità e astuzia da chi la usa come una schiena sulla quale montare le scale con le quali salire fino al Supremo Colle, a volte.

E sempre le beghe e le guerre fratricide aiutano i “padroni” a spadroneggiare.

Spiegava Pisacane: «Ben presto sorsero conflitti nei vari parlamenti regionali… Guerrazzi era livornese, e in quanto tale incontrò particolari difficoltà a Firenze. I fiorentini temevano Livorno, con la sua “plebe ignorantissima e feroce”, come disse Capponi. Mazzini e Montanelli volevano che la Toscana si unisse alla Repubblica Romana, ma i sentimenti municipalistici di Firenze erano troppo forti: Capponi, Ridolfi, Ricasolì e i conservatori toscani con un colpo di mano riportarono il granduca al potere. Nel frattempo, in Sicilia, dove un altro generale polacco, Mieroslawski, aveva avuto l’incarico di organizzare la difesa dell’isola contro Ferdinando, la rivoluzione veniva sconfitta dall’esercito napoletano».

Cos’è cambiato? Gli odi personali e le posticce differenze ideologiche impediscono la ricostruzione nazionale. E meno male che c’è l’Europa che costringe il ceto politico dominante a stare nei binari.

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