CARLO ALBERTO. Torino temeva Milano e il re perse tutto

Centosettantatrè anni fa, ci fu la prima guerra d’indipendenza guidata da Carlo Alberto re di Sardegna. Finì male e il re andò in esilio. Da buon stratega militare e politico, Carlo Pisacane riassunse gli avvenimenti mostrando come la condotta del re fosse stata più attenta ad allargare i confini del Piemonte che a conquistare l’indipendenza per l’Italia. Quegli stessi sovrani, che avevano sostenuto Torino militarmente (a cominciare da Ferdinando II di Borbone), si ritirarono quando si scoprirono le reali intenzioni di Carlo Alberto.

Scrive Pisacane: «Mai nelle pagine dell’istoria si troverà un monarca maggiormente favorito dalla fortuna…ventisei milioni di abitanti lo proclamavano eroe e salvatore della patria;…Ed il nemico privo di mezzi, disanimato e debole, era ridotto alla più passiva difesa».

«Il re – continua Pisacane – non curò i favori della fortuna; circondato sempre dalla tenebrosa lega gesuitica, e non nato coll’animo ardito di un guerriero, pensò essere più sicuro mezzo limitarsi all’acquisto, già compiuto, della Lombardia… i possedimenti di casa Savoia sarebbero stati accresciuti di tutte le ubertose provincie lombarde e dei ducati cispadani».

A causa di ciò, spiega Pisacane, «gli altri principi italiani, visto che si trattava d’ingrandire un rivale che avrebbe minacciato la loro esistenza, cominciarono a disertare la causa».

Carlo Pisacane, l’unico combattente del Risorgimento che tentò di spiegare che cambiare il sovrano sul trono non avrebbe cambiato le miserabili condizioni del popolo, annota: «Che sia un re, un presidente, un triumvirato a capo del governo, la schiavitù del popolo non cessa, se non cambia la costituzione sociale».

E i patrioti? «La mancanza di princìpi – scrive Pisacane – li faceva appigliare agli individui. Invece d’ispirare le idee, si affaticavano a creare le popolarità». Questa è un’annotazione che in questi tempi di uomini-partito e di leader senza partito è più che azzeccata.

La missione di Carlo Alberto era finita. Leggiamo Pisacane: «Il Piemonte intanto era lacerato da due partiti: l’uno della guerra, che impugnava un’arme ad esso poco famigliare; l’altro perfidamente abile, corruppe l’esercito, intrigò con i gabinetti esteri, e decise sacrificare Carlo Alberto, non potendo conservarlo sul trono dopo le grandi promesse del ’48».

Abbandonate a loro stesse, anche Venezia e Roma furono costrette alla resa.

A proposito dell’esercito, Pisacane scrive: «L’esercito affranto dall’assiduo bivacco, tribolato da una perfida amministrazione, anneghittito dall’inazione, e aggirato sordamente dalle mene della camarilla piemontese, che, per effetto naturale della fusione, temeva la supremazia di Milano sovra Torino, non era più animato dai giovanili spiriti che lo aveano signoreggiato all’esordire della guerra, e solo teneva il campo in forza di una meccanica disciplina. Ed al prestigio che sino allora avea circondato il re soldato, sottentrava un sentimento di sdegno contro il re negoziatore».

La politica espansionista sabauda registrò un duro colpo, ma i Savoia non rinunciarono ed alla fine, com’è noto, riuscirono a conquistare e annettersi l’Italia.

 

 

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