«Hai il diritto di restare ignorante, ma tieni presente che tu voti per gente che farà leggi contro di te»

La guerra per bande è parte integrante della politica

La politica è anche una guerra per bande. Prima di diventare un progetto, un sogno, un potere in grado di cambiare la realtà, l’attività politica è una lunga marcia che per alcuni dura poco, per altri si ferma a mezza strada e soltanto per pochissimi porta ai “piani alti”. Chi fa politica, lo sa. La scelta di appartenenza di base (il partito o il movimento) è la più facile da fare. Dopodiché incombono le scelte di schieramento. Qualunque partito o movimento è costituito di bande e, chi ha scelto di fare politica, scopre ben presto che la lotta più accanita non è con gli avversari di un altro partito. È all’interno, è la guerra per bande a richiedere un impegno continuo. Il capobanda è costantemente sul piede di guerra e vuole che i suoi seguaci combattano senza esitazioni. Sono le bande a determinare gli equilibri interni. Sono i capibanda a sbranarsi quando si spartisce la torta.

Non è un visione cinica o esagerata. I politicanti reagiscono inorriditi e sbandierano valori patriottici, amore per il popolo, spirito di servizio e le tante espressioni idiomatiche che ripetono a cantilena con la certezza di non subire smentite. Uno promette leggi a favore dei lavoratori, va al governo e fa leggi a favore dei padroni. È un bugiardo? Ma nemmeno per idea. Non ha potuto mantenere le promesse perché gli altri governativi avevano minacciato la crisi. Non è mai capitato nella storia universale che un politico abbia ammesso di aver imbrogliato o mentito. Tutti quelli che fanno politica, lo fanno per il bene comune. Nessuno ammette che lo fa per il proprio tornaconto. La guerra per bande, dunque, è un percorso che diventa sempre più sanguinoso a mano a mano a mano che si sale nella scala gerarchica. Però le forze in gioco sono sempre le stesse. Scattano gli avvisi di garanzia, le accuse di ex amanti, le denunce della filippina pagata in nero, le ispezioni della Guardia di Finanza alla fabbrichetta del papà… La guerra per bande non conosce limiti invalicabili. Qualunque mezzo è buono pur di stroncare l’amico-nemico. Ai tempi in cui frequentavo il Consiglio regionale del Lazio, fra i consiglieri democristiani la guerra per bande contemplava anche piccole bande locali. Per esempio i consiglieri di fede andreottiana erano divisi fra i fedeli di Ciarrapico e quelli di Sbardella. La Dc è stata la più grande espressione della guerra per bande in politica, ma questo non esclude che gli altri partiti non praticassero la stessa tattica al loro interno. Persino il Pri era diviso in due bande principali: l’assessore alla casa del Campidoglio per fare la guerra all’assessore regionale alla casa bloccava i fondi stanziati dalla Regione… a rimetterci era la gente, quella che nei comizi e nei salotti tv viene di continuo blandita sfoggiando un armamentario retorico di notevole fattura.

Nella magistratura è lo stesso. Per fare carriera devi schierarti con una banda. Conta poco che si chiamino correnti o sindacati.

Una volta, un commissario sbottò: «Ma noi, se uno non ci dice le cose, come le sappiamo?». Quando scoprono una banda di trafficanti di droga, è quasi certo che è stata l’altra banda a fare la soffiata per togliersi elegantemente dai piedi un fastidioso concorrente. Sono pochi i giornalisti che scavano annusano trovano e scrivono. I titoloni in prima pagina non sono quasi mai un’autentica scoperta, bensì il risultato di una telefonata o di una chiacchieratina in terrazza. Vengono in mente le serate sulla terrazza della vedova Angiolillo (il temuto padrone del quotidiano “Il Tempo“) di fianco alla scalinata di Trinità dei Monti, quando giornalisti, intellettuali e politicanti di tutti i partiti chiacchieravano e non di rado stringevano accordi. Purtroppo, la memoria cala con l’età, ma almeno due governi della cosiddetta prima repubblica nacquero lì, tra un bicchiere di champagne (il prosecco manco veniva preso in considerazione) e una scaglia di parmigiano d’annata.

A volte, la guerra per bande si fa troppo dura e allora ci si ferma al Consiglio regionale. Altre volte, si cambia banda. E perfino partito. Non si tradisce nessuno. Ciascuno fa politica per sé e perciò farsi mettere da parte questo sì che sarebbe un tradimento.

La guerra per bande non è roba moderna. C’è stato un tempo nel quale gli italiani (soprattutto i fiorentini) si dividevano in Guelfi e Ghibellini, due parole tedesche italianizzate. Chi sosteneva l’imperatore contro il papa era un ghibellino, gli altri erano i Guelfi. A scuola impariamo che Dante Alighieri dovette fuggire per scampare alla condanna a morte (a quei tempi la guerra per bande non ricorreva alle intercettazioni e alla carta bollata) e un altro grande poeta, Ugo Foscolo, lo definì “il ghibellin fuggiasco” per le sue note simpatie per l’imperatore. In realtà, i Guelfi di Firenze, schieramento che Dante aveva ereditato dal padre, erano divisi in Bianchi e Neri e l’Alighieri, schierato con i Bianchi, scappò quando vinsero i Neri.

Come mai Dante, noto per le sue simpatie per l’impero, fosse schierato con i Guelfi Bianchi, che non sopportavano l’ingerenza di Bonifacio VIII, è roba da specialisti.

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