Napoli 1836, moderna marina mercantile

La centralità del Mediterraneo e la stoltezza governativa

Poco hanno fatto i governativi per attrezzare i porti d’Italia e crearne di nuovi in modo da intercettare i crescenti traffici che scelgono la via del Mediterraneo. Ci sono grandi progetti, sono stati organizzati pasciuti convegni con ben pasciuti convegnisti di professione, il Parlamento è sommerso da una marea di proposte di legge, ma sulle realizzazioni concrete, a parte quelle stimolate da società cinesi (https://internettuale.net/4179/conftrasporto-i-porti-italiani-in-mano-ai-cinesi), c’è poco da dire.

È bello citare il Mediterraneo con l’immancabile corollario latino “Mare nostrum” ma da quando l’Italia ha mosso i primi passi verso l’industrializzazione esperti e sognatori hanno lanciato appelli e proposte per “occupare” il Mediterraneo. Incredibile è che i suggerimenti ai Borboni ebbero effetto, mentre quelli all’indirizzo di questi governativi appassionati di questioni di civiltà come l’introduzionme di genitore1 e genitore2 sono sommersi dalla lotta allo stalking. Per essere chiari: niente impedirebbe di trattare in contemporanea temi civili e argomenti prosaici, ma per i problemi pratici servono fatti mentre per le questioni di principio è sufficiente il blablà.

In una rivista edita a Napoli quindici anni prima che il Regno delle Due Sicilie fosse spazzato via dal combinato disposto massoneria angloitaliana, imperialismo sabaudo, avventurismo garibalidino, leggiamo un articolo del 1846 che addirittura ignora le frontiere allora esistenti tra stati e staterelli della penisola. Scriveva il bimestrale “Il progresso delle scienze, delle lettere e delle arti” (più noto agli studiosi per una vivace polemica con Giacomo Leopardi, che qui tralasciamo con l’impegno di tornarci in seguito): «…sono avvenuti due fatti che han cangiato nuovamente la direzione del commercio europeo ed han rimessa l’Italia nella sua posizione primitiva riguardo al movimento industriale del globo. Il primo di tali fatti si è l’emancipazione delle colonie americane dalle loro metropoli… Il secondo fatto si è l’abbandono della strada che mena verso l’Oriente pel Capo di Buona Speranza, perché troppo lunga e dispendiosa, e la ripigliata dell’antica strada per l’Egitto e pel Mar Rosso».

«Questi due avvenimenti – continuava il memorandum di tale F. Lattati riportato sulla rivista –  hanno innalzato l’Oriente ed il Mediterraneo alla più alta importanza, e li han renduti il soggetto di tutte le ambizioni europee, il nodo di tutte le difficoltà internazionali, il problema dell’avvenire del continente».

Oggi siamo nelle medesime condizioni, come dimostrano  l’interventismo guerrafondaio francese in Libia e dintorni, il “protettorato” russo sulla Siria, l’ombrello complice statunitense su Israele… a non parlare dell’invasione commerciale cinese e degli sforzi tedeschi per riprendere l’egemonia sulle proprie ex colonie (Namibia, Togo, Camerun, Ruanda, Tanzania…) che potrebbero costituire delle preziose retrovie per una strategia africano-mediterranea.

La rivista napoletana spiegava che «verso il principio del secolo XVI, l’industria italiana cadeva dalla grandezza a cui si era innalzata ne’ cinque secoli antecedenti. Principali cause di questa decadenza furono, come ognun sa, le scoverte di America e del Capo di Buona Speranza. La prima di queste scoverte rivolse il commercio europeo dall’Oriente verso l’Occidente; la seconda fe’ cader tra le mani delle nazioni situate sull’Oceano il commercio rimasto tra l’Europa e l’Asia: l’Italia, per le sue condizioni geografiche, dalla testa trovassi così alla coda del movimento dell’industria continentale».

Individuate le cause, viene automatico comporre i rimedi: al Mediterraneo restituito alla centralità del sistema globale, deve corrispondere un’Italia dotata di un sistema di collegamenti porti-ferrovie-aeroporti-autostrade all’altezza delle nuove sfide.

In effetti, si chiedeva la rivista napoletana, «qual Paese trovasi collocato più favorevolmente del nostro sul Mediterraneo in faccia all’Oriente? Qual tempo adunque più opportuno del presente per rialzar la sua industria e farla entrare a parte della lotta economico­politica che oggidì forma la vita delle grandi nazioni di Europa?».

Qui c’è l’Italia che fa da protagonista e non soltanto il Regno dei Borboni, che pure fecero molti sforzi per modernizzare la flotta costruendo nuovi bastimenti a vapore e dotando le coste di approdi sicuri. Mah! c’è da disperarsi sul serio.

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