L'azienda si riduce, ma io m'allargo

I sacrifici umani fanno bene alla democrazia

Prima della battaglia di Salamina, dove le navi greche sconfissero quelle persiane, Temistocle, nella veste di grande ammiraglio, sacrificò a Dioniso Carnivoro tre giovani prigionieri, nipoti di Serse, il re di Persia invasore. Plutarco, lo storico greco che, nelle “Vite parallele” mise a confronto eroi greci e romani, racconta che i tre giovani «di bellissimo aspetto, sontuosamente vestiti e adorni d’oro» furono trascinati all’altare e uccisi perché, spiegava, nei momenti difficili «la massa spera la salvezza più da mezzi irrazionali che da quelli razionali».

Basta farsi un giretto attraverso i “social” per verificare che da quel 23 settembre dell’anno 480 a.C. la massa non è affatto cambiata.

I Greci, dunque, facevano sacrifici umani. Lo dice anche Aristofane, il commediografo nato una trentina d’anni dopo la vittoria di Salamina. Nella commedia “Le rane”, dove fra l’altro Dioniso è assai preso in giro, così scriveva Aristofane: «Così anche tra i cittadini, quelli che conosciamo per nobili, saggi, giusti, educati nelle palestre, alla danza, alla musica, questi li scartiamo, e ci avvaliamo invece delle facce di bronzo, forestieri, furfanti e figli di furfanti, gli ultimi venuti, che un tempo la città non avrebbe usato nemmeno come capri espiatori». Piccola digressione. Il termine greco per dire “capro espiatorio” è farmakon, la parola che indicava un povero disgraziato nutrito a spese dei cittadini e sacrificato per liberare la città da una maledizione (siccità o altro). Quindi il disgraziato “curava” il male pubblico e perciò oggi il farmaco è quella cosa prodotta dalle case farmaceutiche (cioè le aziende che “fanno i farmaci”) e che si compra in farmacia. Le vicende di questa parola sono un po’ più complicate e lunghe, ma qui l’accenno è sufficiente.

Il grande tragediografo Euripide, nato cinque anni prima di Salamina, ne “Le Baccanti” scrive che le sacerdotesse del dio Dioniso-Bacco (le baccanti, appunto) fanno stragi di animali e una di loro, per sbaglio, uccide anche un bambino.

Tenere presente il costume greco di sacrificare prigionieri di guerra e uccidere capri espiatori umani è utile per inquadrare la tanto decantata democrazia ateniese. Troppo di frequente, esplodono pistolotti retorici sulla libertà greca, la democrazia greca, le giustizia greca. Che dalla Grecia siano arrivati frutti benigni a Roma e che Roma li abbia diffusi nell’Impero non v’è dubbio, ma la santificazione è balorda quanto la demonizzazione.

A proposito della democrazia greca, Cicerone, grande scrittore e pessimo politicante, nell’arringa in difesa di un tale Flacco, altro politicante accusato di corruzione, estorsione etc., scrisse: «Tutti gli stati greci sono governati dalla follia di un’assemblea deliberante. Tralascio di parlare di questa Grecia, che già da tanto tempo è stata percossa e rovinata dalle sue stesse decisioni, parlo di quella antica, che un tempo fiorì per ricchezze, dominio e gloria, e che cadde a causa di questo unico male: la libertà smodata e la licenza delle assemblee. Quando quegli uomini ignoranti, rozzi ed ignari di tutto sedevano in teatro (dove si tenevano le assemblee; ndt), allora intraprendevano guerre inutili,  mettevano a capo dello Stato uomini sediziosi, scacciavano dalla città cittadini massimamente benemeriti».

La tentazione di paragonare quegli uomini rozzi e ignoranti alla massa di oggi è forte. Ed è giustificata.

 

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