CENTRAFRICA. Uccisi da guerra e fame tra oro e diamanti

Tra meno di una settimana, il 27 dicembre, gli elettori della République Centrafricaine (nell’ex colonia il sango è lingua ufficiale insieme con quella dei vecchi colonizzatori) saranno chiamati a votare. Le proposte di rimandare il voto presidenziale e parlamentare fino a che non siano state ripristinate pace e sicurezza fa il paio con il perentorio invito dei vescovi centrafricani lanciato ai giovani: «Rifiutate di essere reclutati in gruppi armati». E inoltre: «Siate invece attori di pace e di sviluppo». È vero che i vescovi fanno il loro mestiere ma questi appelli sconcertano per assenza di realismo oltre che per la totale inutilità. In un paese in guerra, dove colpi di stato, conflitti civili e scontri tribali si succedono in una sanguinosa monotonia, dove i bambini-soldato sono una realtà comune a quasi tutti i paesi ex-colonie nel mondo e non soltanto in Africa, dove gli stupri di massa e gli incendi dei villaggi sono una consolidata routine, davvero questi vescovi pensano sia facile per un ragazzo rifiutare l’arruolamento?

Sia la Repubblica del Ruanda (ex colonia tedesca che nemmeno confina con la Repubblica Centrafricana) che la Federazione Russa hanno una forte presenza militare a sostegno del regime di Bangui. Per l’esattezza, il Kremlino ha soltanto confermato che nella capitale, Bangui appunto, e nei dintorni operano “guardie di sicurezza private”. La prassi dei “contractor”, militari (mercenari) che spesso sono affiancati alle truppe regolari statunitensi ha fatto scuola anche a Mosca. Insomma, questi bodyguard dai nomi in cirillico stanno lì per contrastare i ribelli e per impedire un colpo di stato più volte preannunciato dal circo mediatico diretto dalle teste d’uovo dei diretti interessati alle vicende (oltre alla Russia e un paio di staterelli africani, Stati Uniti, Cina e Francia).

I gruppi armati firmarono tempo fa una dichiarazione congiunta e questo fece crescere anche la pressione politica sugli assetti amministrativo-istituzionali. Firmarono in 6: MPC (Mouvement patriotique pour la Centrafrique) costituito da musulmani, per lo più pastori arabi e nomadi fulani), 3R (Retour, Réclamation et Réhabilitation), guidato da Sidiki Abbas, un fulani di origine camerunense), FPRC (Front populaire pour la renaissance de la Centrafrique), UNPC (Unité pour la paix en Centrafrique), anti-balaka.

A proposito di anti-balaka, sono milizie cristiane, divise in fazioni (tanto per cambiare), già condannate da Amnesty International. Sono in buona compagnia, perché anche la fazione nemica, i Seleka, hanno subito la condanna dell’ong internazionale impegnata nella difesa dei diritti umani. È noto che le atrocità fanno parte della guerra, ma da quelle parti stupri, massacri e genocidi sono il core business dei conflitti. Va detto, in merito agli anti-balaka, che, da buoni eredi della tradizione domenicana, sono soliti rapire donne accusandole di essere streghe. La punizione va dal classico rogo (prassi consolidata del Tribunale dell’Inquisizione) alla sepoltura della strega viva e vegeta (antica punizione impartita alle suore che tradivano i voti). Per completezza d’informazione, va detto che nelle schiere anti-balaka ci sono anche musulmani convertiti di forza al cristianesimo e fedeli di tradizione animista (il 5% della popolazione attribuisce la divinità a oggetti e luoghi).

Superfluo sottolineare che, nonostante i giacimenti di oro e di diamanti (le concessioni minerarie sono quasi tutte in mano russa), nella République Centrafricaine più di due milioni di persone sopravvivono grazie agli aiuti alimentari di varie organizzazioni umanitarie (su alcune ong andrebbe fatto un discorso di intelligence, che qui non apriamo per non allungare eccessivamente questa nota) e più di un milione di profughi si sono già rifugiati oltre confine. Questa Repubblica è uno degli stati più poveri al mondo. Dei quattro/cinque milioni di abitanti, il 60% vive con poco più di un dollaro al giorno.

 

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