PRIMA DI CONTE. Il paterno Borbone premiava i bravi giovani

I decreti governativi hanno la medesima natura qualsiasi sia il colore del governo in carica. Giacché sono i paragoni estremi quelli che fanno meglio risaltare la sostanza, qui citiamo un decreto di Ferdinando I re delle Due Sicilie emanato il 4 aprile del 1821. «L’animo nostro paterno, inteso più a prevenire che a punire le colpe…» proclamava il Borbone anticipando così gli accorati appelli di Conte&soci. I destinatari di quell’animo paterno erano i giovani studenti affetti da pruriti rivoluzionari. Oggi le norme dirette ai giovani si limitano a proibire birre e balli in discoteca. A parte qualche testa matta (ce n’è sempre qualcuna, vivaddio!), i giovani italiani sono agitati soprattutto da calcio e musica, per cui i governativi non debbono esercitare una pressione paragonabile a quella esercitata da re Ferdinando.

«Tutt’i giovani studenti che appartengono ai comuni delle diverse provincie del Regno, i quali dopo le cominciate ferie estive rimangono in Napoli senza veruna occupazione, si restituiranno fra ‘l termine di otto giorni nel seno delle proprie famiglie…». Il Borbone consentiva i ricongiungimenti familiari, cosa alquanto complicata in questi giorni di confusione prenatalizia.
«Coloro che ricuseranno di uniformarsi a questa disposizione – decretava il re – saranno sottoposti alla sorveglianza della polizia, e considerati come vagabondi». La monarchia si mostrava più severa di questa repubblica (non si sa più se terza o quarta)? Beh, anche allora si richiedeva un attestato. Adesso si chiama autocertificazione (verificata e controllata da “cappelli in divisa”, per dirla alla Totò) e a un giovane qualche spostamento è concesso; purché appositamente bardato di mascherina, s’intende.
E gli studenti che abitavano a Napoli come dovevano comportarsi? «Quegli studenti – leggiamo in questo decreto di due secoli fa – che appartengono a famiglie dimoranti nella capitale, dovranno al termine di ogni mese provvedersi di attestato del proprio privato maestro…».

All’epoca ci si fidava dei maestri. Piò anche darsi che qualcuno fosse corrotto o addirittura complice dello scavezzacollo contestatore, ma se il re affidava a loro il compito di controllori evidentemente si fidava.

Non s’era imposta nel regno la prassi di nominare task force di consulenti a tanto al chilo, di creare apposite commissioni lottizzate che a loro volta assicurassero un’equa lottizzazione. Il sovrano di Napoli distribuiva prebende al pari dei governativi odierni, ma ci metteva la faccia e non si nascondeva dietro speciose argomentazioni di “assoluta necessità e urgenza”.

L’ultimo articolo del decreto reale è davvero illuminante.

«Quei giovani studiosi, che serberanno illibata condotta per l’avvenire, acquisteranno un titolo non solo a promozioni, ma eziandio a qualche sussidio nel loro tirocinio». Chiaro? Il sussidio (qualunque sia il nome adottato per mascherarlo) resta, insieme con i controlli e le multe, lo strumento principe per assicurarsi obbedienza. Il decreto reale fu pubblicato il giorno dopo sul “Giornale del Regno delle Due Sicilie”, antesignano della Gazzetta ufficiale.

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