MALI. Tra colonnelli e africani confinanti malintenzionati

Il Mali si è stabilizzato sotto la “guida” del colonnello Malick Diaw, presidente del “Consiglio di Transizione Nazionale”. Quanto durerà questa transizione non è possibile prevedere, ma è certo che il golpe dello scorso agosto (https://internettuale.net/4139/africa-il-golpe-in-mali-e-il-caos-nello-zimbabwe) ha piazzato ai vertici della République du Mali (l’ex colonia ha tuttora il francese come lingua ufficiale) una nutrita pattuglia di ufficiali.

Che in Africa il potere politico sia solitamente in mano ai militari non dipende dal fatto che le forze armate abbiano strumenti persuasivi e dissuasivi facili da usare e difficili da contrastare. Gli ufficiali sono elementi istruiti e addestrati nelle accademie occidentali. Basta fare un giro tra Torino, Livorno, Bari e altre caserme italiane per contare quanti piloti, marinai, paracadutisti e specialisti di trasmissioni e via addestrando siano ospiti provenienti da mezzo mondo. Il militare nei paesi incasinati, diciamo così, è anche ingegnere e avvocato, medico ed economista. Nelle regioni a bassa scolarizzazione con un ceto “laico” confusionario rissoso incompetente, l’ufficiale che ha studiato all’Accademia di Modena, per esempio, è un professionista di grandi capacità. È vero che il carro armato è una carta vincente, ma al comando c’è una vera e propria élite di parecchie spanne superiore alla media di quel paese.

È riduttivo oltre che fuorviante vedere il colonnello che si mette a capo di una nazione come la solita figura disegnata a Hollywood di mostro sanguinario prepotente e ignorante.

Il Mali è stretto da tutte le parti (ai confini ci sono: Algeria, Niger, Burkina Faso, Costa d’Avorio, Guinea, Senegal, Mauritania) e perciò non ha accesso al mare. L’antica presenza della Francia deve fare i conti con gli Stati Uniti. Gli americani, infatti, hanno salutato il golpe definendolo primo passo verso la democrazia. Se i militari manterranno l’impegno di far svolgere libere elezioni entro il 2022, sarebbe la prima volta in Africa. Va anche detto che “libere elezioni” sono una definizione che da quelle parti ha un significato parecchie distante da come sono intese dalle nostre parti. Per carità, anche in Italia il concetto di “libere elezioni” (quando ce le concedono…) va visto all’interno della libertà mediatica di manipolazione e in parallelo alle scelte imposte dal “Deep State”, perciò i governi nominati dal Quirinale non hanno alcun diritto di criticare le “libere elezioni” africane.

Tornando al Mali, vanno ricordate le sanzioni imposte dalla “Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale” (i confinanti di cui sopra).

Le opposizioni al momento sono concentrate nel “Movimento 5 giugno-Raggruppamento delle forze patriottiche” guidato da quegli stessi capi religiosi e civili che avevano organizzato le proteste di piazza contro il presidente (dal 2007 al 2020) Ibrahim Keita (nella foto dello scorso febbraio, ospite al Quirinale del presidente Sergio Mattarella).

A rendere ancora più torbida la situazione ci sono le accuse di favoreggiamento del “terrorismo islamico” e le fosche previsioni di evoluzione in santuario jihadista (https://internettuale.net/4203/mali-il-governo-provvisorio-libera-206-jihadisti). Da diversi anni, infatti, il nord del Mali è attraversato da gruppi jihadisti, che a volte si sono spinti anche in prossimità della capitale Bamako.

La povertà endemica (aggravata dalla crisi Covid) e le manovre organizzate da altri africani che si aggiungono a quelle francesi e americane costituiscono un mix esplosivo per tutto il Sahel.

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