SUD SUDAN. La guerra nata da antichi scontri tribali

La pace nel Sud Sudan dipende da un fatto che una delle parti in guerra non vuole riconoscere. Il fronte del “South Sudan Opposition Alliance” vuole che sia chiaro al mondo che la guerra è di natura etnica. Il “Revitalised Transitional Government of National Unity”, cioè il governo accroccato per dare più forza all’eterno presidente Salva Kiir nega il fatto e mira a concludere gli accordi di pace saltando anche la parte che riguarda l’indizione di un referendum sulla nuova costituzione (tutta da scrivere).

Genocidio e pulizia etnica sono all’origine dei conflitti che scoppiano qua e là nel mondo in quest’epoca di grandi declamatori di pace universale. Chi viene ritenuto colpevole dall’opinione pubblica americana e, perciò, internazionale, non ha alcuna speranza di cavarsela. Se è fortunato, viene condannato dalla Corte penale internazionale, se non lo è, finisce ammazzato sul campo.

È innegabile che a confrontarsi sul campo siano due popolazioni: quella dei Dinka e quella dei Nuer. È altresì noto che sette anni fa la guerra scoppiò perché il presidente Kiir (Dinka) aveva accuato di golpe il vicepresidente Riek Machar (Nuer). Ora i due hanno trovato un’intesa, ma resta il nodo etnico da sciogliere.

Tra i Dinka (parola che significa “persone”) e i Nuer (dal significato incerto anche perché chiamano sé stessi Nath) scorre il sangue per antiche faide tribali, furti di bestiame, scontri per l’acqua e la terra. Trovare un accordo è compito davvero arduo. Probabilmente il leader capace di sanare ancestrali rivalità non è ancora noto ai media.

Al momento, i due fronti hanno trovato un mezzo accordo su alcuni dei punti elencati nella “Declaration of Principles”, il testo redatto lo scorso agosto e firmato dal primo ministro sudanese Abdalla Hamdok e da Abdul-Aziz Adam Al-Hilu, leader di una fazione del Movimento di liberazione del popolo sudanese-Nord.

In sostanza, la Dichiarazione dei Princìpi riconosce la natura federale del governo, il rispetto dei territori e delle comunità indigene nonché dei confini interni delle regioni. Secondo le stime delle Nazioni Unite, sono almeno 2 milioni e mezzo i rifugiati interni sud-sudanesi e 2 milioni quelli che hanno trovato riparo all’estero.

Dei negoziati di pace per il Sud Sudan la Comunità di Sant’Egidio (https://internettuale.net/4216/sud-sudan-a-roma-i-colloqui-di-pace-ma-non-alla-farnesina ) aveva anche parlato con il segretario di Stato Usa Mike Pompeo, piombato a Roma per tentare di bloccare l’intesa Vaticano-Cina (https://www.kulturaeuropa.eu/podcast/segmenti-rapporti-diplomatici-tra-chiesa-cattolica-e-cina-comunista/) . Lo scorso 21 settembre era arrivato anche l’appello del Consiglio delle Chiese del Sud Sudan, che in una dichiarazione congiunta avevano esortato ad una rapida implementazione dell’Accordo del 2018 siglato ad Addis Abeba dal governo del presidente Salva Kiir e dal partito di opposizione guidato dal rivale Riek Machar. «L’attuazione di questo accordo significa mettere a tacere le armi, porre fine alla violenza sessuale e di genere, vivere in comunità pacifiche senza la paura di essere uccisi o derubati, proteggere bambini e donne e consentire la ripresa dell’economia e lo sviluppo delle infrastrutture», avevano scritto i leader delle Chiese sud-sudanesi. Intanto, il cessate il fuoco regge e non arrivano più notizie di massacri etnici o di genere.

 

 

 

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