ETIOPIA/USA. Anche i Nobel per la Pace fanno le guerre

Il premier della Repubblica federale democratica d’Etiopia Abiy Ahmed Alì ha scatenato l’offensiva nella regione del Tigray, al nord, al confine con l’Eritrea. La guerra in quella parte dell’Africa torna sulle prime pagine. Cosa c’è di straordinario? Niente, se si considerano le mille questioni etnico-religioso-economiche che attraversano il Continente Nero come tanti fiumi carsici che qua e là emergono in superficie. Il fatto strano è che il primo ministro etiope è un Nobel per la Pace. Fresco, fresco si può dire, dato che gli era stato assegnato l’anno scorso. Lui dice che è stato costretto ad ordinare alle truppe di attaccare ed agli aerei di bombardare; intanto, per avere le mani libere, Abiy ha respinto le offerte internazionali di mediazione.

Al momento, nessuno può dire esattamente come stiano le cose, perché il governo ha stabilito l’isolamento (niente internet, niente telefoni, niente giornalisti) dell’intera regione del Tigrè (dove c’è Axum, nota soprattutto ai romani per via di un certo obelisco) finché le truppe non avranno fatto piazza pulita del Fronte popolare di liberazione del Tigrè. Cosa che, detto fra noi, non pare agevole, in quanto la forza del Tplf viene dall’appartenenza etnica. Circa trent’anni fa, i Tigrini diedero la spallata alla dittatura comunista di Menghistu (soprannominato il Negus Rosso) e hanno sostenuto il peso maggiore della guerra con l’Eritrea. In forza di ciò, pur essendo una minoranza etnica hanno governato l’Etiopia fino all’avvento di Abiy (ex ministro e fondatore nonché direttore dell’Agenzia etiope per la sicurezza delle reti di informazione) il quale ha esperienza militare e di intelligence. Le due qualifiche spiegano come mai sia diventato difficile appurare la verità.

Per quanto riguarda l’etnia, Abiy è un Oromo, il gruppo etnico più diffuso, ma con poco peso tra i circa 80 gruppi che compongono il mosaico etiope. Comunque, nella sfida per il potere centrale ci sono anche gli Amhara e i Somali. Quando l’Etiopia si chiamava Abissinia, gli Italiani di fine Ottocento acquisirono dimestichezza con nomi come Macallè, Tigrè, Amba Alagi, Adua… I governi di allora uscirono con le ossa rotte dal conflitto ed alla fine l’Italia dovette accontentarsi dell’Eritrea e lasciare in pace l’imperatore Menelik. La conquista dell’Etiopia (il “posto al sole”) realizzata nel Novecento fu anche una vendetta per le sconfitte subite nel secolo precedente.

Allo stato, pare che truppe eritree stiano dando man forte ai soldati di Abiy (il quale si meritò il Nobel proprio per aver fatto la pace con l’Eritrea), ma aspettiamo per saperne di più. Qui vale la pena di sottolineare una realtà che è ipocrita negare: la guerra la fanno anche i Nobel per la Pace. Ulteriori prove le ha date Barack Obama altro Nobel per la Pace. Il presidente Usa, infatti, incassò il premio nel 2009 (motivazione: «per il suo straordinario impegno per rafforzare la diplomazia internazionale e la collaborazione tra i popoli») e due anni dopo ordinò i bombardamenti in Libia, poi quelli in Siria e in Iraq, annunciando anche che le truppe americane sarebbero rimaste in Afghanistan a tempo indeterminato.

Obama guerrafondaio? Né più, né meno degli altri inquilini che si sono succeduti alla Casa Bianca dal generale Washington in poi.

La guerra è un dato inevitabile dell’umano consorzio. Tant’è vero che la fanno anche i Nobel per la Pace.

 

 

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