La basilica di San Lorenzo al Verano semidistrutta dalle bombe alleate nel 1943

Benito Mussolini: la crisi si vince con misure politiche

«Soltanto uomini arretrati ed incolti possono illudersi che, demolendo le pietre, si cancelli la Storia». Con queste parole, Benito Mussolini marchiò la bella impresa di alcuni jugoslavi che, in una notte del dicembre 1932, avevano fatto saltare in aria i leoni di Traù, in Croazia. Le sculture testimoniavano i quattro secoli di presenza della Repubblica di Venezia.

Quei dinamitardi non furono i primi né saranno gli ultimi fanatici, che solitamente, come disse Mussolini, sono “arretrati e incolti”, i quali s’illudono di mettere un bavaglio alla Storia cancellando le tracce di un passato da loro giudicato blasfemo.

In Italia, di questi dinamitardi (fortunatamente soltanto a parole) ce n’è un bel mucchio soprattutto nella palude del cosiddetto antifascismo militante. Di tanto in tanto se ne esce qualcuno con la bella pensata di abbattere il monolite del Foro Italico a Roma o di estirpare le targhe con deprecati nomi, tipo Vittorio Emanuele (deprecabile sul serio ma non per questo estraneo alla storia patria).

La tentazione di servirsi di “strumenti di distrazione di massa” (felice espressione non so da chi partorita) per nascondere alla mai abbastanza rincoglionita pubblica opinione ignobili fatti e misfatti diventa una necessità in tempi di crisi. Tonnellate di carta e ore di radiotelevisione puntano, per esempio, i riflettori su un povero disgraziato autore di un inutile crimine per poter allarmare l’opinione pubblica di cui sopra sul pericolo fascista, mentre i mercanti di carne umana godono di complicità nei palazzi del potere e speculatori d’ogni razza si muovono indisturbati nei corridoi ministeriali saccheggiando patrimoni statali.

Perfino con l’epidemia di Covid, sono riusciti a lanciare allarmi sulla presenza di nazifascisti a viso scoperto, giacché protestano senza mascherina e questo metterebbe in pericolo la maggioranza degli italiani coscienti e consapevoli nonché ligi esecutori delle disposizioni di un governo che va a corrente alternata, per non dire di peggio.

La crisi, ammoniva nel 1932 dalle colonne del “Popolo d’Italia”, «non si guarisce con gli stupefacenti; si guarisce con misure radicali che devono cominciare dal terreno politico, poiché la politica ha dominato e sempre dominerà l’economia; poiché solo sul terreno politico… gli uomini ricominceranno a credere in se stessi, nella loro vita, nel loro destino – che per tre quarti almeno – è creato dalla loro abulia o dalla loro volontà».

Metteva in guardia, ahilui!, dai pericoli di un’esistenza abulica, pigra e non combattiva. Scriveva che «la sfiducia nel domani conduce a teorizzare il carpe diem e la disperazione sbocca da una parte nell’avarizia e dall’altra nella dissipazione».

Quali speranze si potrebbero mai coltivare a fronte di una società dominata dalla superstizione, dall’ignoranza e dal pressapochismo? Sull’oceano delle comunicazioni social galleggiano escrementi d’ogni dimensione e colore. E non si profila una risposta politica con la P.

 

 

 

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