Sul cartello di lei: Sostenere il diritto di morire per i malati terminali. Su quello di lui: Io sostengo il diritto di non soffrire inutilmente. Lei commenta: Alla fine sei onesto.

EUTANASIA. Il successo delle marce moderne

Mancano poche settimane all’entrata in vigore in Nuova Zelanda della legge che consente l’eutanasia (“End of life choice act”). Lo scorso ottobre i neozelandesi hanno approvato con un referendum le norme che regolano la “scelta del fine vita” per le persone dai 18 anni in su, con malattia terminale o che abbiano sei mesi di vita o meno. Malati che si trovino, comunque, in uno stato avanzato di declino irreversibile.

In Canada, è in fase di approvazione una legge chiamata Maid (Medical assistance in dying; per gli acrostici gli anglosassoni sono maestri e noi italiani, da bravi alunni leccaculo, ci siamo subito accodati). Il disegno di legge riguarda malati che non vogliono più soffrire e che non ce la fanno più a vivere artificialmente. I vescovi canadesi hanno stilato un documento che, in alternativa alla maid (parola che tradotta significa cameriera), propone cure palliative. «L’esperienza pastorale dei vescovi – si legge nel documento – ha dimostrato che i pazienti sono più propensi a chiedere l’eutanasia/suicidio assistito quando il loro dolore non è adeguatamente gestito da cure palliative di buona qualità, quando la loro dipendenza da altri per fornire assistenza e sostegno non è adeguatamente soddisfatta o quando sono socialmente emarginati».

I preti invitano i cattolici ad opporsi. Anche in Nuova Zelanda, s’era levata l’opposizione sventolando il fatto che negli ultimi cinque anni in 33 Paesi sono state respinte leggi sulla morte assistita.

Sia in Nuova Zelanda che in Canada, il capo dello Stato è la regina Elisabetta II rappresentata da un governatore, ma i cattolici canadesi sono quasi il 44% della popolazione mentre quelli neozelandesi non arrivano al 13%. Il dato indurrebbe a pensare che la battaglia contro l’eutanasia abbia più probabilità di vittoria nello Stato che per superficie è inferiore soltanto alla Federazione Russa.

La domanda da porsi è: la marcia verso l’eutanasia arriverà al traguardo come tante altre marce moderne? sarà arrestata da movimenti più o meno religiosi in difesa della vita (anche se di merda)?

La risposta è nei fatti. La marcia è cominciata vent’anni nel Benelux (Belgio, Olanda, Lussemburgo) dove dal 2002 l’eutanasia è legale. Il suicidio assistito è, invece, legale in Svizzera e in alcuni Stati nordamericani a cominciare dalla California. L’eutanasia passiva è consentita in Ungheria, in India e in Spagna. Le differenze giuridiche sono in buona sostanza dei veli che coprono il dato essenziale e cioè la possibilità per un malato di morire volontariamente.

La questione vera, dunque, non è la differenza giuridica tra l’eutanasia passiva o attiva (la parola è greca e significa “buona morte”), il suicidio assistito o altre definizioni partorite dalle sottili menti legalitarie. La questione è: una persona può morire, se vuole?

Saltiamo la condanna religiosa (il suicidio è un peccato mortale che porta diritto all’Inferno) e vediamone gli aspetti economici, che nel mondo contemporaneo fanno premio su tutto. Non c’è alcun dubbio: un paziente terminale, intubato, alimentato artificialmente, assistito giorno e notte costa una barca di quattrini sia alla sanità pubblica e sia ai parenti ai quali è capitata questa disgrazia. È ovvio che non valga la pena di spendere soldi per far sopravvivere, a volte come un vegetale, un parente. C’è chi crede nei miracoli e cerca nella storia episodi di risvegli da coma irreversibile e analoghi fenomeni. La speranza (“Spes ultima dea”, dicevano gli antichi riferendosi ad un mito greco) è un forte sentimento di indubbia utilità per affrontare momenti difficili, ma non può essere inserita in un codice di leggi. È cosa individuale e, se uno è libero di sperare, può anche essere libero di disperare e morire in santa pace.

Tornando alle “marce moderne”, va ricordato che la Nuova Zelanda diede il voto alle donne nel 1893 (negli Usa fu loro concesso nel 1920 e in Italia nel 1945) quando la cosa sembrava assurda in tutti gli altri Paesi, civili o incivili che fossero.

Delle altre vittoriose marce moderne, basti ricordare il divorzio e, soprattutto, l’aborto. Si può tornare indietro? Cancellare, per esempio, il diritto all’aborto in Italia?

Va assolutamente accettato una volta per tutte che la cultura dominante si fonda sulla negazione del “prima” e del “tradizionale” e, soprattutto, su una visione della pubblica morale parente aggiunta della vecchia morale (a non parlare dell’etica, ma qui non potremmo cavarcela in poche parole e rimandiamo ad altra occasione).

Fino a pochi anni fa una zizza esposta era pura pornografia. Oggi anche uno sceneggiato per famiglie (sit-com o fiction che dir si voglia) mostra donne che si baciano e uomini che si accarezzano e gente che si strappa gli indumenti di dosso in piena euforia erotico-sentimentale. I bambini guardano e pensano che sia normale e aumentano i casi di omosessualità, ma anche questo è un altro capitolo.

In Olanda e altrove prolificano le iniziative legislative per la legalizzazione della pedofilia, ultima frontiera della vecchia morale pubblica e privata.

Va detto che i neozelandesi che hanno approvato (sono andati a votare in 2,4 milioni su una popolazione di scarsi 5 milioni) l’eutanasia, con lo stesso referendum, hanno bocciato la legalizzazione della marijuana. È la dimostrazione che il ritmo delle marce moderne procede, è vero, a velocità difformi, ma procede comunque.

Invece di restare abbarbicati a superate forme di pubblica morale, sarebbe più opportuno studiare nuove forme atte ad incanalare su percorsi che, tatticamente, soddisfino la cosiddetta pubblica opinione che, strategicamente, conducano all’accettazione di un’etica del Terzo Millennio.

 

 

 

 

 

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