USA. L’indoamericana fondatrice del secondo impero

A proposito delle elezioni presidenziali statunitensi, i commentatori esaltano a ripetizione la conquista della vicepresidenza da parte di una donna. Che è di colore. Che è asiatica. Kamala Harris, 56 anni compiuti lo scorso 20 ottobre, figlia di un’indiana e di un giamaicano, è infatti una novità assoluta. Ed ha una valenza parecchio più alta di quella registrata nel 2008 con la vittoria dell’afroamericano Barack Obama, primo presidente black degli Stati Uniti (e primo vincitore di un Nobel per la pace facendo la guerra).

Il ticket Joe-Kamala segna una forte battuta d’arresto nel processo di decadenza degli Stati Uniti. Su queste pagine, nel gennaio del 2008, parlai del recupero d’immagine dello Zio Sam dicendo fra l’altro: «…adesso gli Usa hanno l’occasione di riciclarsi nell’immaginario collettivo planetario. Possono puntare su una donna e su un afroamericano. Sarebbe una coppia formidabile alla Casa Bianca. Il ritorno d’immagine sarebbe incalcolabile. Gli Usa direbbero al mondo: noi ci affidiamo ad una donna e ad un negro perché la nostra democrazia è vera e non sbarra la strada a nessuno; per noi americani siamo tutti uguali sia per sesso che per religione che per colore della pelle…» (https://internettuale.net/122/piu-forte-lamerica-al-femminile-e-di-colore).

A dodici anni di distanza, l’elezione dell’indoamericana Harris conferma che l’America al femminile e di colore è un impero che resiste all’inevitabile destino che accomuna tutti gli imperi. Ciò che nasce è destinato a morire. Vale per gli esseri viventi. E vale per gli organismi, senza distinzione se creati da mano umana o da processi naturali.

Dicevo, dodici anni fa, che gli Stati Uniti avrebbero trovato il modo di rifarsi la verginità perduta mostrando all’universo mondo che essi e soltanto essi sono il paradiso delle opportunità e dell’uguaglianza per gli esseri umani.

Anche nel rapido commento alla prevalenza di Joe Biden (https://internettuale.net/4248/elezioni-usa-la-doppia-america-tra-citta-e-campagna) nell’America “evoluta”, tratteggio la questione della sopravvivenza degli Usa come potenza dominante. «I tempi – ho scritto – della contrapposizione netta tra l’asino (democratico) e l’elefante (repubblicano) si sono consumati. La “guerra civile” è davvero finita. Per mantenere in piedi la funzione di gendarmi del mondo, gli Stati Uniti debbono fare un salto».

Nella chiusa, però, ero stato frettoloso, limitandomi esclusivamente alla presenza di un “mostro” come aggregante di consenso (https://internettuale.net/2903/first-man-dalla-luna-la-riscossa-nordamericana).

Le strade dell’avvento per il secondo impero americano (il primo è caduto con George W. Bush) sono diverse.

Gli Usa adotteranno una nuova politica per l’ambiente. Non ripeteranno le isterie gretine, ma vareranno progetti non influenzati dal terrorismo ecologista. Li sentiremo raccontare una filosofia ambientalista razionale e praticabile. Vedremo un’America primeggiare nell’industria legata all’ambiente ed esportare sistemi di depurazione e tecnologie per le fonti energetiche alternative. Riprenderanno il posto a capotavola nei consessi internazionali (a cominciare dal ripensamento sul rifiuto del protocollo di Kyoto e dalla cancellazione dell’uscita dagli Accordi di Parigi) e stileranno regole relative ai cambiamenti climatici.

Gli Usa rivedranno l’organizzazione del sistema militare. La competizione fra la Marina, l’Esercito, l’Aviazione e il Corpo dei Marines fa spendere quattrini senza un effettivo potenziamento della forza militare. Competenze e strutture (stati maggiori, organismi interforze, catene di comando etc.) saranno riviste. Il liberal Biden otterrà il risultato di rendere più temibile l’America in divisa tagliando risorse e mostrando al mondo la volontà di spendere dollari per la pace invece che per la guerra. A breve si vedranno i primi risultati delle nuove direttive della Casa Bianca.

Sul terreno dei diritti civili, la nuova amministrazione dovrà muoversi con più cautela. Qui non si tratta di scontentare un centinaio di generali e ammiragli e qualche impresa appaltatrice. Gli scontri razziali sono la punta dell’iceberg e Biden dovrà navigare senza andarci a sbattere. Se nel frattempo muore, ci sarà una vicepresidente più che addestrata al confronto.

In ogni caso, gli Usa a guida democratica non se ne staranno fermi a guardarsi morire. Questo è certo. Com’è certo che cambierà soltanto nelle forme la politica antieuropea e filoisraeliana.

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