ELEZIONI USA. La doppia America tra città e campagna

Lo scontro per le presidenziali Usa tra Donald Trump (repubblicano, 74 anni) e Joe Biden (democratico, 77 anni) è stato un testa a testa fino all’ultimo voto perché i due sono stati scelti a portabandiera delle due anime americane: quella rurale e quella cittadina. È una semplificazione necessaria per non restare intrappolati nella rete dei distinguo e delle sofisticherie, cioè in quel “latinorum” che ha sempre fatto incazzare le brave persone come Renzo Tramaglino e fatto ingrassare quelli come il dottor Azzecca-garbugli.

Da una parte c’è l’anima del vietato vietare  (convivenza dei colori senza distinzione tra bianco, nero, giallo, marrone, apertura ai matrimoni omosessuali, libera marijuana…); di contro c’è la fedeltà reazionaria al messaggio biblico, all’occhio per occhio, alla diffidenza per il diverso (che non è autentico razzismo, essendo il razzismo quello dei liberal persuasi della propria superiorità ontologica), alla ripulsa per le “novità”.

I grafici made in Usa che affollano il web mostrano chiaramente lo scontro in atto, fra l’altro vincente sul fronte liberal.

Nelle cartine gli Stati dove Trump ha vinto sono tinti di rosso, quelli di Biden d’azzurro (e già la scelta dei colori è un segnale di come la pensino gli operatori dell’informazione: il rosso aggressivo e l’azzurro pacifico) e, andando a vedere da vicino, emergono le due anime.

Nel Montana, il rosso è macchiato da aree azzurre: Helena (la capitale dello Stato), Missoula, Bozeman, Billings, cioè l’anima cittadina, sono tutte per Biden.

Nel Dakota del Nord, il grande rosso ha quattro aree tra l’azzurro e il rosa, i nomi che si leggono sulla mappa sono Bismarck (la capitale) e Fargo.

Nel Wyoming, dove Trump ha raccolto più del 70% dei voti, la capitale Cheyenne e la città di Jackson sono azzurre.

Nel Nebraska, la capitale Lincoln e la città di Omaha spiccano azzurre nel rosso trumpiano.

Nell’Iowa, la capitale Des Moines e la città di Cedar Rapids sono azzurre.

Nel Kansas, le città appannaggio di Biden sono Topeka, la capitale, e Kansas City (nome che ai vecchi fa pensare ad Alberto Sordi che fa l’americano).

Nel Texas, sono azzurre la capitale, Austin, e le città di Dallas, Houston, Fort Worth, El Paso, San Antonio, Corpus Christi.

In Louisiana, sono di Biden la capitale, Baton Rouge, e le città di New Orleans e Sheveport.

In Nuovo Messico, dove ha vinto Biden, la mappa è rossa tranne che per le aree cittadine di Santa Fe (la capitale), Alburquerque, Las Cruces e altri centri urbani non evidenziati.

Il Nevada, Stato i cui 6 voti elettorali non sono stati ancora assegnati mentre scrivo, le aree sicuramente di Biden sono le grandi città di Las Vegas e Reno.

Inutile continuare con l’elenco. Le due civilizzazioni statunitensi, quella urbana e quella paesana, si stanno scontrando duramente forse per l’ultima volta. Il partito repubblicano non potrà più contare sulla “pancia” americana. Dovrà andare incontro al mondo che sta vincendo: mollare il winchester e fumare il calumet della pace. Fra l’altro, ci sono partiti emergenti, come il Libertarian Party, che sventolano la bandiera del trasversalismo. I tempi della contrapposizione netta tra l’asino (democratico) e l’elefante (repubblicano) si sono consumati. La “guerra civile” è davvero finita. Per mantenere in piedi la funzione di gendarmi del mondo, gli Stati Uniti debbono fare un salto. Non sarà più sufficiente brigare per impedire l’unione politica dell’Europa, finanziare guerre e guerriglie in giro per il mondo, sostenere Israele al di là di ogni ragionevole politica mediorientale, complottare per indebolire le leadership “fastidiose” in Sudamerica e in Asia. Dovrà fare di più. Il ricorso ai mostri (da Hitler a Saddam Hussein, passando per Gheddafi e Assad…) mostra la corda. Creare mostri fatti in casa, tipo Bin Laden, è effimero. La speranza che a calcare le scene mondiali arrivi un mostro autentico (non come il patetico nordcoreano Kim Jong-un) non ha grandi probabilità di realizzarsi, data la carenza di “conquistatori” causata dalla civilizzazione di facebook.

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