1922. Malaparte: quel giorno a Firenze come a Pietrogrado

«Gli uomini armati che occupavano la stazione non erano né carabinieri, né soldati, né agenti di polizia, ma delle camicie nere, cioè degli individui che non avevano nessun diritto di occupare la stazione». Il giornalista e scrittore Curzio Malaparte era a Firenze nell’ottobre del 1922 e in “Tecnica del colpo di stato” racconta ciò che vide. «L’aspetto di Firenze, a dire il vero, non era quello di Parigi nel 1789: la gente, nelle strade, aveva l’aria tranquilla e indifferentea Pietrogrado, nel 1917, il giorno in cui Trotsky diede il segnale dell’insurrezione, nessuno si poteva accorgere di ciò che stava accadendo: i teatri, i cinematografi, i ristoranti, i caffè, erano aperti; la tecnica del colpo di Stato aveva fatto grandi progressi nei tempi moderni».

«Dal principio del secolo scorso – annotava Malaparte – si è sempre avuto, in Europa, l’abitudine di considerare gli uomini e gli avvenimenti d’Italia come se essi fossero generati da una logica e da un’estetica antiche. Di questa maniera di considerare la storia dell’Italia moderna è responsabile in gran parte la naturale inclinazione degli italiani alla retorica, all’eloquenza e alla letteratura: ciò che è un difetto, di cui non tutti gli italiani sono malati, ma di cui molti non guariscono mai». Cosa avrebbe detto sentendosi arrivare addosso da tutti i media la bolsa retorica posticcia dell’attuale presidente del Consiglio Conte?

«Benché un Popolo – scriveva – si giudichi dai suoi difetti, piuttosto che dalle sue qualità, mi sembra che nulla posa giustificare l’opinione che gli stranieri hanno dell’Italia moderna anche se la retorica, l’eloquenza e la letteratura falsino a tal punto gli avvenimenti, che la storia prende un’aria di commedia, gli eroi di commedianti e il Popolo un’aria di comparse e di spettatori».

E fin qui niente di nuovo. Seguiamo, invece, Malaparte nelle sue passeggiate per la città: «Ogni tanto, camion carichi di camicie nere si incrociavano a grande velocità nelle vie del centro: le camicie nere portavano elmi d’acciaio, erano armate di fucili, di bandiere nere dalle grandi teste di morto ricamate in argento».

«Le camicie nere – raccontava da consumato cronista – avevano occupato di sorpresa tutti i punti strategici della città e della provincia, vale a dire gli organi dell’organizzazione tecnica, le officine del gas, le centrali elettriche, la direzione delle poste, le centrali dei telefoni e dei telegrafi, i ponti, le stazioni ferroviarie. Le autorità politiche e militari erano state prese alla sprovvista dall’improvviso attacco. La polizia, dopo qualche vano tentativo di cacciare i fascisti dalla stazione ferroviaria, dalla direzione delle poste, e dalle centrali dei telefoni e dei telegrafi, si era rifugiata nel Palazzo Riccardi, sede della Prefettura e antica dimora di Lorenzo il Magnifico…»

E spiegava: «Per assicurare il trasporto delle forze fasciste dal nord verso il Lazio, bisognava conservare a qualunque costo la chiave strategica dell’Italia centrale, in attesa che le bande di camicie nere, in marcia sulla capitale, avessero obbligato il Governo a consegnare il potere nelle mani di Mussolini. Per tenere Firenze non c’era che un mezzo: guadagnar tempo».

E come fecero a prendersi il tempo necessario? «La violenza – commentava Malaparte – non esclude l’inganno. Su ordine del Quadrumviro Balbo, giunto all’improvviso a Firenze, una squadra di fascisti si recò alla “Nazione”, il più importante quotidiano della Toscana» per far pubblicare «un’edizione straordinaria, con la notizia che il generale Cittadini, aiutante di campo del Re, si era recato a Milano per entrare in trattative con Mussolini, e che in seguito a quel passo Mussolini aveva accettato di formare un nuovo ministero. La notizia era falsa, ma aveva parvenza di verità… Due ore dopo, centinaia di camion fascisti spargevano per tutta la Toscana le copie di quella edizione straordinaria…i soldati e i carabinieri fraternizzavano con le camicie nere, nella gioia di una soluzione che testimoniava tanto della prudenza e del patriottismo del Re, quanto della prudenza e del patriottismo della rivoluzione».

Alla mezzanotte, ricordava Malaparte, «la città era deserta. Agli angoli delle strade erano appostate pattuglie di fascisti, immobili sotto la pioggia, col loro fez nero messo di traverso sull’orecchio».

«L’insurrezione bolscevica – aggiungeva – dell’ottobre 1917, a Pietrogrado, si era effettuata quasi senza perdite: non si ebbero morti che durante la controrivoluzione, alcuni giorni dopo la conquista dello Stato, quando le guardie rosse di Trotsky dovettero soffocare la sollevazione degli Junker e respingere l’offensiva dei cosacchi di Kerenski e del generale Krasnov».

Alla stazione, i treni scaricavano centinaia di fascisti. E Malaparte si trovò «in mezzo a una folla di camicie nere, dall’aria pittoresca e inquietante, con le loro teste di morto ricamate sul petto, elmi d’acciaio dipinti di rosso, e i pugnali infilati nelle larghe cinture di cuoio. I loro visi bruciati dal sole avevano i lineamenti duri dei contadini romagnoli: baffi e barbette a punta davano a quei visi un’aria picaresca, ardita e minacciosa».

Un’ultima annotazione.

«Non bisogna dimenticare – sottolineava l’agente segreto che nel 1943 si sarebbe arruolato nel “Counter Intelligence Corps” – che le camicie nere provengono in generale dai partiti di estrema sinistra, quando non sono veterani della guerra, dal cuore indurito da quattro anni di linea, oppure giovani dagli slanci generosi. Non bisogna neppur dimenticare che il Dio degli uomini armati non può essere che il Dio della violenza».

Tecnica del colpo di stato” è un testo da leggere e rileggere. Per il copia e incolla ho usato la mia copia (Ed. Vallecchi, 1973).

 

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