MARCIA SU ROMA. Mussolini: è ora di fare largo ai giovani

«L’insurrezione sta alla Rivoluzione come la tattica sta alla strategia. L’insurrezione non è che un momento della Rivoluzione». Così Benito Mussolini, nel primo discorso per il decennale della Marcia su Roma, sintetizzava in Piazza Venezia il 17 ottobre del 1932 le fasi che avevano portato il Fascismo alla guida dell’Italia.

Riandando con la memoria a dieci anni prima, Mussolini disse: «Se noi rileggiamo taluni discorsi politici del tempo, possiamo oggi essere sorpresi davanti all’apparente discrezione dei nostri obbiettivi. Ma un esercito, quando si mette in marcia, deve partire nelle migliori condizioni possibili, suscitare il minore numero possibile di inquietudini e di disagi».

A proposito della crisi economica mondiale scatenata dalla “Grande depressione” americana e che aveva causato problemi anche all’Italia (sia pure in misura minore che nel resto d’Europa), Mussolini disse: «Tutti coloro che credono di risolvere la crisi con rimedi miracolistici sono fuori di strada. O questa è una crisi ciclica “nel” sistema e sarà risolta; o è una crisi “del” sistema, ed allora siamo davanti a un trapasso da un’epoca di civiltà ad un’altra». Con un rapido richiamo al socialismo di marca sovietica, sottolineò: «Là dove si è voluto esasperare ancora di più il capitalismo facendone un capitalismo di Stato, la miseria è semplicemente spaventosa».

Com’è noto, l’anno seguente fu fondato l’Iri (Istituto per la ricostruzione industriale) dando il via a quella “economia mista” che consentì all’Italia di correre sulla via dello sviluppo. Per la cronaca: l’Iri fu smantellato a partire dal 1982 con la presidenza del professor Romano Prodi, uno dei tanti professori legati al capitale finanziario apolide e plurilingue.

A Piazza Venezia, Mussolini pose anche il problema del ricambio generazionale, sempiterno dramma italiano della gerontocrazia gelosa dei propri privilegi e poteri. «Il problema dei giovani – disse – si pone da sé. Lo pone la vita, la quale ha le sue stagioni, come la natura. Ora, nel secondo Decennio bisogna fare largo ai giovani. Nessuno è più vecchio di colui che ha la gelosia della giovinezza. Noi vogliamo che i giovani raccolgano la nostra fiaccola, si infiammino della nostra fede e siano pronti e decisi a continuare la nostra fatica».

In quell’occasione, Mussolini richiamò l’attenzione anche sul grande tributo di sangue pagato; un fatto che a tutt’oggi certi storici tv a tanto al chilo ignorano preferendo parlare della Marcia su Roma come di una scampagnata folcloristica. Il cinema legato al Pci ha contribuito molto alla visione di una rivoluzione da operetta (valga per tutti “La marcia su Roma” con la coppia Gassman-Tognazzi del 1962).

«È tempo – annunciò Mussolini – di dire una cosa che forse sorprenderà voi stessi, e che cioè, fra tutte le insurrezioni dei tempi moderni, quella più sanguinosa è stata la nostra».

E spiegò: «Poche decine di morti richiese l’espugnazione della Bastiglia, nella quale di prigionieri politici non c’era più nessuno. Le migliaia, le decine di migliaia di morti vennero dopo, ma furono volute dal terrore. Quanto poi alle Rivoluzioni contemporanee, quella russa non è costata che poche decine di vittime».

Poi sottolineò: «La nostra, durante tre anni, ha richiesto vasto sacrificio di giovane sangue, e questo spiega e giustifica il nostro proposito di assoluta intransigenza politica e morale».

E concluse: «Bisogna essere inflessibili con noi stessi, fedeli al nostro credo, alla nostra dottrina, al nostro giuramento e non fare concessioni di sorta, né alle nostalgie del passato, né alle catastrofiche anticipazioni dell’avvenire».

Quanti oggi si rifugiano nelle “nostalgie del passato”? E quanti soddisfano la propria impotenza lanciando “catastrofiche anticipazioni dell’avvenire”? Forse una rilettura di ciò che è stato potrebbe dare un concreto contributo. All’azione, non a twitter.

 

 

 

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