Benito Mussolini: Europa più forte se c’è collaborazione

In un discorso in Piazza Castello a Torino, Benito Mussolini affermò: «…io dichiaro, perché tutti intendano, che l’Italia segue una politica di pace, di vera pace, che non può essere dissociata dalla giustizia, di quella pace che deve ridare l’equilibrio all’Europa..». Era il 23 ottobre del 1932, l’anno del decennale della Marcia su Roma, e Mussolini confermava che l’Italia sarebbe rimasta nella Società delle Nazioni (anticipatrice dell’Onu) perché, spiegò, «non bisogna abbandonarne il capezzale» anche se «essa può avere qualche efficacia nelle vicende europee, quando siamo nell’Estremo Oriente e nell’America Meridionale, le parole restano parole, senza senso e senza significato». Era fiducioso che se ci fosse stata «una collaborazione delle quattro grandi Potenze occidentali, l’Europa sarebbe tranquilla dal punto di vista politico e forse la crisi economica, che ci attanaglia, andrebbe verso la fine».

C’era bisogno di ribadire le posizioni dell’Italia? Sì, perché, come Mussolini sottolineava, «oltre le frontiere, ci sono dei farneticanti, i quali non perdonano all’Italia Fascista di essere in piedi. Per questi residui o residuati di tutte le logge, è veramente uno scandalo inaudito che ci sia l’Italia Fascista, perché essa rappresenta un’irrisione documentata ai loro princìpi, che il tempo ha superato».

«Costoro – concludeva profeticamente – non sarebbero alieni dal considerare quella che si potrebbe chiamare una guerra di dottrina tra princìpi opposti, poiché nessuno è nemico peggiore della pace di colui che fa di professione il panciafichista od il pacifondaio». Fatto che si ripete ancora oggi, quando i più feroci nemici di chi non è omologato sono quegli stessi che discettano di democrazia e di libertà di pensiero.

Due giorni dopo, in Piazza del Duomo a Milano, con un accenno all’ennesima realizzazione fascista («Torno dall’aver inaugurato una delle più grandi opere del primo Decennio del Regime Fascista, l’Autostrada magnifica fra Milano e Torino…», Mussolini sottolineava come «fatto nuovo nella vita della umanità» fosse «il popolo italiano protagonista della sua storia!».

Erano stati belli gli anni della rivoluzione, disse, «ma più belli saranno gli anni di domani!» «In tutti i Paesi – aggiungeva – regnano l’incertezza, l’inquietudine, il disagio morale che si aggiunge a quello materiale. Popoli anche di antica civiltà sembrano senza guida e sono incerti sul loro destino. Noi, no! Noi abbiamo coraggio. Andiamo innanzi decisamente. Siamo temprati da una guerra e da una Rivoluzione. Possiamo affrontare tutti i compiti e li affronteremo».

Com’era suo costume, sintetizzava: «L’antitesi in cui si divincola la civiltà contemporanea non si supera che in un modo, con la dottrina e con la saggezza di Roma!».

«Fra dieci anni, lo si può dire senza fare i profeti, l’Europa sarà modificata». Aveva ragione, ma non ebbe il tempo per costruire la nuova Italia: «…ci vogliono almeno 30 anni per temprare l’anima di un popolo…», disse, impartendo una lezione indimenticabile: «È solo l’azione che guarisce! È solo l’azione che dà la tempra alle anime». E twittare non vuol dire agire.

 

 

 

Lascia un commento

Questo sito utilizza i cookies. Se accetti o continui nella tua visita, consenti al loro utlizzo .

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close