TRAFFICI VIA MARE. L’Italia deve investire nei porti

Il 27% dei circa 500 servizi di linea mondiali via “box boats” (containership, navi portacontainer) passa per il Mediterraneo. In questo traffico l’Italia dovrebbe fare la parte del leone, grazie alla posizione geografica ed al numero di porti, ma non è così perché tutti i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo hanno potenziato i porti ed i collegamenti mentre i governativi di casa nostra sono in tutt’altre faccende affaccendati. Per di più la crisi causata dalla Covid (la malattia da coronavirus) è ricaduta anche sul Canale di Suez causando, nei primi 5 mesi di quest’anno, un calo del 15% delle containership (dovuto in gran parte alla frenata dell’import-export della Cina). Questo calo del volume di traffico nel Canale è stato bilanciato dai transiti di petroliere (+11%), mercantili e navi passeggeri (+42%). Anche la “Belt and Road Initiative”, la nuova via della seta, ha subito danni: è stato colpito quasi il 20% dei circa tremila progetti che allo stato valgono 3,87 trilioni di dollari. A compensazione, però, è cresciuto il trasporto ferroviario Cina-Europa-Cina: nel solo mese di luglio sono stati contati 1.232 treni merci, con un aumento del 68% rispetto al luglio dell’anno scorso.

A livello globale, le rotte cancellate per mancanza di carico (le blank sailing), quest’anno significheranno 7 milioni di “teu” persi.  “Teu” è l’acrostico di “twenty-foot equivalent unit”, cioè la misura standard di volume nel trasporto dei container. Le stime degli esperti, comunque, dicono che per il 2024 la movimentazione container a livello mondiale sarà di 951 milioni di “teu” (+2,3% per l’Europa, +3,3% per l’Africa, +4,5% per il Medio Oriente, +3,9%, per l’Estremo Oriente e +2,3% per il Nordamerica). Il Mediterraneo, perciò, sarà attraversato da migliaia di “box boats” ma quante attraccheranno nei porti italiani?

Al momento, cioè nei primi sei mesi di quest’anno, per l’Italia l’import-export via mare ha dovuto registrare un calo in valore del 21% e un calo in tonnellate dell’11% circa. Alla crisi da Covid va aggiunto anche il fatto che il mare assorbe il 36% dell’interscambio italiano mentre il 50% del traffico merci viaggia su gomma.

In tutto il mondo, il 90% delle merci viaggia via mare; i trasporti marittimi e la logistica valgono circa il 12% del Pil globale.

Come si sta preparando l’Italia ai nuovi scenari? A parte qualche iniziativa presa da privati e banche, dai governativi arrivano promesse per quando arriveranno i soldi del “Recovery Fund”.

Lo scontro commerciale Cina-Usa (che coinvolge direttamente la rotta del Pacifico), il rallentamento della “Belt and Road Initiative” e dell’export cinese in generale, l’impatto già registrato dal Canale di Suez e, soprattutto, l’emergere di rotte alternative (quando a Panama avranno accesso anche le superpetroliere e le gigantesche containership) sono tutti fattori che peseranno sul Mediterraneo e, quindi, sul sistema portuale italiano. È strategico fare investimenti sulla logistica e sull’integrazione con le reti europee. I governativi, avvezzi a muoversi via twitter, ignari di geopolitica, concentrati sull’immediata tattica e non sulla strategia, non combineranno granché. Il regalo che ha avuto l’Italia di essere un ponte naturale tra l’Europa e il Sud Mediterraneo andrà ancora una volta sprecato.

 

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