Chiusure e coprifuoco. Gli usurai: grazie Covid!

L’Istituto nazionale di statistica (Istat) ci dice che, nel 2018, l’economia non osservata assomma a poco più di 211 miliardi di euro (11,9% del Prodotto interno lordo). Per “non osservata” s’intende il “nero” (l’economia sommersa, secondo la brillante invenzione del Censis) che si somma ad attività illegali varie. Le statistiche, si sa, sono orientative e, a volte, poco rispondenti alla realtà (https://internettuale.net/755/listat-e-i-polli-di-trilussa-3). Come fanno gli analisti dell’Istat a calcolare gli introiti dello sfruttamento della prostituzione, del contrabbando di armi, del traffico di droga e delle tante attività criminali? Per il sommerso, qualche calcolo più credibile si può azzardare.

«L’andamento del 2018 – spiega l’Istituto di statistica – si deve alla diminuzione del valore aggiunto sommerso da sotto-dichiarazione (-2,9 miliardi di euro rispetto al 2017) e da utilizzo di input di lavoro irregolare (-1,7 miliardi) mentre crescono le altre componenti residuali (+1,4 miliardi)». Le cifre escono dal cappello delle dichiarazioni infedeli, d’accordo. Ma un proprietario che schiavizza una cinquantina di negri nei campi e dichiara come dipendenti la moglie e due figli quanto vale in “sotto-dichiarazione” e in “lavoro irregolare”?. Vallo a sapere.

Tra le attività criminali più lucrose c’è senz’altro l’usura e qui i dati statistici acquistano maggiore credibilità (https://internettuale.net/1918/usura-le-banche-prestano-meno-soldi-a-tutto-vantaggio-dei-cravattari). Secondo l’Ufficio Studi di Confcommercio il fenomeno è in crescita soprattutto nel Mezzogiorno e nel comparto turistico-ricettivo. I problemi maggiori che le imprese del terziario lamentano sono la perdita di fatturato (per quasi il 38% degli imprenditori) e la mancanza di liquidità che, con le difficoltà di accesso al credito, rappresenta un forte ostacolo all’attività per il 37% delle imprese. Dal 2019 ad oggi, è quasi raddoppiato il numero di imprese (adesso sono circa 300 mila) che non ha ottenuto il credito richiesto esponendosi così al rischio usura. Tant’è che negli ultimi sei mesi è cresciuto il numero di imprenditori che hanno chiesto un prestito a soggetti fuori dai canali ufficiali.

Il 30% degli imprenditori si sente solo di fronte al pericolo di infiltrazioni della criminalità (https://internettuale.net/2415/cgia-litalia-nella-morsa-dellusura-la-crisi-fa-prosperare-i-cravattari).

Al Sud, nel mirino degli usurai ci sono circa 40 mila imprese del comparto turistico-ricettivo, fiaccate da una perdita del volume di affari pari al 37,5%. Pesano, secondo l’Ufficio Studi di Confcommercio, oltre alla mancanza di liquidità ed alle difficoltà di accesso al credito anche l’adeguamento alle norme sanitarie (per il 13,5%) e gli adempimenti burocratici (per il 12%).

È ovvio che i “cravattari” (come li chiamano a Roma) fanno grossi affari quando c’è crisi. Lo strozzino è sempre in agguato fuori dal negozio costretto a svendere.

Sul sito del ministero dello Sviluppo economico è arrivato quasi un milione di domande fatte per finanziamenti fino a 30 mila euro. Grande responsabilità ce l’ha il settore bancario, abituato in Italia a guadagnare senza rischiare. I soldi, per esempio, della Bce che erano stati erogati per essere destinati a imprese e famiglie, le banche li hanno investiti in titoli di Stato, lucrando sulla differenza degli interessi.

Migliaia di persone e piccole imprese che avevano fatto degli investimenti hanno perso tutto con il lockdown imposto dal governo.

Gli usurai ringraziano.

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