SUD SUDAN. A Roma i colloqui di pace, ma non alla Farnesina

In Sud Sudan (Republic of South Sudan) ci sono almeno 2 milioni e mezzo di rifugiati interni e altri 2 milioni si sono rifugiati all’estero. I negoziati per porre fine al conflitto pare siano arrivati a buon punto. Il governo e i ribelli si sono incontrati a Roma per trovare un accordo. Scoppiata nel 2013 (due anni dopo la proclamazione dell’indipendenza da Khartum) la guerra civile ha causato quasi 400 mila vittime civili e ridotto 7 milioni e mezzo di persone ad avere bisogno di aiuti umanitari. La delegazione governativa era guidata dall’ex ministro degli Esteri Benjamin Barnaba mentre quella dei guerriglieri dal generale Thomas Cirillo Swaka. Elemento essenziale per avviare i negoziati è stata la unificazione dei gruppi ribelli nella “Sud Sudan Opposition Movement Alliance” (SSOMA).

A fare da mediatore è stata la comunità di Sant’Egidio. È uno dei tanti episodi nei quali la politica estera italiana, causa assenza dei legittimi titolari della Farnesina, è fatta da privati. Se l’Eni, tanto per fare un esempio, avesse aspettato il responsabile degli Esteri per avere il via libera in tante parti del mondo, oggi sarebbe costretta a chiedere gas e petrolio alle società americane, inglesi, francesi, russe, cinesi…

La fine della guerra in Sud Sudan è anche un obiettivo della Casa Bianca e, quando il segretario di stato Mike Pompeo è venuto in Italia (nel tentativo di rallentare i rapporti Cina-Vaticano), ha incontrato gli esponenti di Sant’Egidio. Con loro ha parlato delle strategie da adottare in quella parte (ma non soltanto in quella parte) dell’Africa. E non risulta che ne abbia discusso con i responsabili ufficiali della politica estera italiana.

L’appello del Consiglio delle Chiese del Sud Sudan (SSCC), per ampliare gli interventi previsti dall’Accordo del 2018 siglato ad Addis Abeba dal presidente Salva Kiir e dal leader rivale Riek Machar era stato accolto. I leader cristiani hanno apprezzato la creazione del nuovo governo di transizione di unità nazionale (che ha in parte ripristinato la formazione del 2011, con Machar come vice-presidente), l’accordo raggiunto sul numero di Stati che comporranno il Sud Sudan pacificato, la nomina dei loro governatori e i passi avanti compiuti nella formazione di un esercito unificato. Al contempo, le Chiese cristiane sud-sudanesi sono preoccupate dalle perduranti violazioni del “cessate il fuoco”, mentre imperversano vendette intercomunitarie.

Il generale Thomas Cirillo Swaka, capo militare dei ribelli, si è soffermato sulla dichiarazione di princìpi che guiderà i futuri negoziati. Particolarmente a cuore gli sta, com’è ovvio, il punto che prevede la formazione di un esercito nazionale di professionisti, di cui facciano parte tutte le comunità che compongono il Sud Sudan.

Le trattative riprenderanno a Roma il 9 novembre con i delegati dell’esercito e delle milizie ribelli. Poi, il 30 novembre, Roma ospiterà i negoziati politici sulla nuova costituzione, il federalismo, il riconoscimento delle minoranze etniche, la formazione di un esercito nazionale unitario di professionisti e sulle riforme necessarie per il rilancio dell’economia.

Lo scoglio maggiore sono le divisioni etniche. L’elemento tribale ha il sopravvento perfino in Italia, perché non in Africa?

 

 

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