1915: il porto di Copenhagen

1914-1918. La guerra non fermò l’export inglese per la Germania

Guerra 1914-1918: mentre soldati inglesi cadono sui campi di battaglia contro i tedeschi, dai porti dell’Impero britannico partono rifornimenti per il Secondo Reich.

Mercanti e banchieri non hanno patria. Sono rari nella Storia i casi nei quali hanno scelto di sacrificare quattrini per una causa o per un principio. Considerazioni scontate, ma mi è capitato sottomano un vecchio pamphlet di scarso rilievo tranne che per due paginette sugli affari combinati da banchieri e mercanti inglesi nel corso della Prima guerra mondiale (Augusto De Angelis, “Intelligence Service”, La Prora, 1936) e vale la pena riportarne alcuni dati.

Come tutti sanno, in quegli anni l’Impero di re Giorgio V conduceva una guerra di distruzione del concorrente Impero del kaiser Guglielmo II. Inglesi e tedeschi erano, dunque, nemici inesorabili e implacabili. È anche noto che fare affari con il nemico è alto tradimento, punito con la morte in qualsiasi Paese (tranne che in Italia, dove, tanto per citare un caso, il Partito comunista prendeva soldi dall’Unione sovietica, che era in guerra – anche se “fredda” – con il mondo occidentale).

I lucrosi traffici impostati da businessman di Sua Maestà avevano come clienti l’industria alimentare e in special modo le fabbriche d’armi della Germania. Non erano operazioni di contrabbando. Tutt’altro. La trafila era legale. I bolli all’export venivano posti senza bisogno di corrompere funzionari e controllori. Le merci partivano verso porti neutrali. Dopodiché se dai Paesi non in guerra proseguivano verso la Germania non era fatto imputabile ai figli d’Albione (perfida, sempre).

Prendiamo la Danimarca. Nel 1913, nei porti danesi erano state scaricate 25.516 tonnellate di pesce, 134 di conserve, 57 di formaggi, 1.160 di uova, 72 di grassi e 11.317 tonnellate di burro.

Due anni dopo, a conflitto mondiale in corso, le tonnellate erano aumentate a dismisura. Il mercato danese era rimasto lo stesso e perciò è evidente che quelle merci transitavano verso altri mercati. Non serve la zingara con la palla di vetro per “vedere” quali fossero questi altri mercati. In ogni caso l’analisi delle operazioni bancarie, che vedremo appresso, non lascia dubbi.

Intanto, guardiamo di quanto era cresciuto l’export grazie alla guerra. Le tonnellate nel 1915 furono: 106.694 di pesce, 19.758 di conserve, 4.314 di formaggi, 20.122 di uova, 6.794 di grassi e 36.891 di burro.

Come pagavano i tedeschi? Utilizzando i crediti accordati dalle banche del Nord Europa. Vediamo qualche cifra. Le banche danesi s’erano impegnate per 154 milioni di corone. Le banche svedesi avevano aperto linee di credito per 193 milioni di corone e 85 milioni di dollari. 72 milioni di corone dalla Norvegia e 66 milioni di fiorini dall’Olanda. Queste somme confermano che i Paesi neutrali commerciavano con la Germania e che una buona parte di merci arrivavano dall’Inghilterra.

Per quanto riguarda le materie strategiche, in quegli anni di guerra dalla Svezia arrivarono in Germania 150 mila tonnellate di carbone al mese (dalle miniere svedesi si estraevano e si estraggono ferro e zinco, piombo e rame, tungsteno, oro argento… ma non c’era e non c’è carbone). Era carbone inglese, senza dubbio.

La Germania mancava di quelle sostanze oleose dalle quali si estrae la glicerina per gli esplosivi. Le aree di produzione erano in India, in Egitto, in Africa…La Danimarca, che prima della guerra ne aveva importate per 23 mila tonnellate, ne importò (ed esportò in Germania) 75 mila nel 1915 e 80 mila nel 1916. I tedeschi pagavano bene: sul mercato di Copenhagen offrivano 1.800 marchi per un barile di olio che prima della guerra non raggiungeva i 200 marchi.

Un’altra materia strategica, il cotone, da cui si estraeva la nitrocellulosa per gli esplosivi, registrò una forte impennata nell’import-export Svezia-Germania: dalle 286 tonnellate del 1913 s’arrivò, nel 1915, a 76.000.

I traffici continuarono con un po’ di difficoltà con l’entrata in guerra degli Stati Uniti che pretesero regole “ferree” per il blocco commerciale antitedesco. Ma il flusso di merci attraverso i Paesi scandinavi non si fermò: a garanzia c’erano i crediti delle banche europee del Nord.

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