Papa Francesco attacca i populisti e sceglie la Lotta di Popolo

Papa Francesco è un autentico innovator/conservatore; un uomo che parla la lingua corrente: quella ecologista-salutista-buonista. Non c’è niente di male, per carità. La Chiesa di Roma è in sofferenza e per superare la crisi deve adeguarsi al mondo. Antica e consolidata prassi che ha permesso alla Cattedra di Pietro di arrivare fino al terzo millennio. Il linguaggio di oggi è binario, è un inglese semplificato nelle istruzioni del made in Korea e Taiwan, tanto per citarne due. Da questa società, il latino è stato espulso e non perché “lingua morta” ma perché è troppo complicata per un mondo fondato su “on” e “off”.

E così Papa Francesco, aspirante copia contemporanea del poverello d’Assisi, non scrive in latino le encicliche. Sette anni fa, la prima, intitolata “Lumen Fidei”, fu diffusa anche in latino (posto nell’elenco delle lingue usate in rigoroso ordine alfabetico: arabo, bielorusso, cinese (Cina), cinese (Taiwan), francese, inglese, italiano, latino, lituano, polacco, portoghese, russo, spagnolo, tedesco). Nella seconda (nel 2015), intitolata “Laudato si’”, il latino sopravviveva nell’elenco delle lingue usate: arabo, bielorusso, cinese (Cina), cinese (Taiwan), francese, inglese, italiano, latino, polacco, portoghese, russo, spagnolo, tedesco, ucraino.

Questa terza, diffusa con grande clamore, è intitolata “Fratelli tutti” ed è in: arabo, francese, inglese, italiano, polacco, portoghese, spagnolo, tedesco. Del latino non c’è più traccia.

L’enciclica si conclude con una “Preghiera al Creatore” ed una “Preghiera cristiana ecumenica”. Del tutto superfluo spiegare perché. Francesco non vuole che nessuno si senti discriminato, tant’è vero che chiude il testo ricordando l’afroamericano Martin Luther King, il sudafricano Desmond Tutu, l’indiano Gandhi e il francese Charles de Foucauld.

Un’enciclica è una specie di “summa”, per cui va letta e interpretata con attenzione. Dato il clima politico e il supporto di Francesco all’attuale presidente del Consiglio Giuseppe Conte, di particolare peso sono i paragrafi dedicati al “populismo”. Francesco scrive che «ci sono leader popolari capaci di interpretare il sentire di un popolo…», ma attenti ad uno «insano populismo» che si radica «nell’abilità di qualcuno di attrarre consenso allo scopo di strumentalizzare politicamente la cultura del popolo, sotto qualunque segno ideologico, al servizio del proprio progetto personale e della propria permanenza al potere». E, affinché sia chiaro di chi stia parlando, aggiunge che questo “populista” «mira ad accumulare popolarità fomentando le inclinazioni più basse ed egoistiche di alcuni settori della popolazione. Ciò si aggrava quando diventa, in forme grossolane o sottili, un assoggettamento delle istituzioni e della legalità». Qui è lampante il riferimento ai “sequestri di persona” imputati ad un ex ministro dell’Interno.

Papa Francesco impasta le polemiche spicciole in un piatto indiscutibilmente raffinato. Parla del “popolo” alla stregua di un vecchio militante di “Lotta di Popolo”. Scrive infatti: «I gruppi populisti chiusi deformano la parola “popolo”, poiché in realtà ciò di cui parlano non è un vero popolo. Infatti, la categoria di “popolo” è aperta. Un popolo vivo, dinamico e con un futuro è quello che rimane costantemente aperto a nuove sintesi assumendo in sé ciò che è diverso. Non lo fa negando sé stesso, ma piuttosto con la disposizione ad essere messo in movimento e in discussione, ad essere allargato, arricchito da altri, e in tal modo può evolversi».

Abolito il latino, ecumenismo politically correct e richiamo alla forza di ciascun popolo della Terra: globalizzazione conservando le specificità. Sono questi i dati che, se uno ci credesse, confermerebbero che è tutta opera dello Spirito Santo.

 

 

 

 

 

 

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