Il taglio al Parlamento rafforza il deep state

Ai tempi della cosiddetta prima repubblica si chiamavano “peones” quegli onorevoli deputati e onorevoli senatori che contavano in quanto facevano numero alle votazioni. I “peones”, secondo la definizione della Treccani, sono «quei militanti o deputati di grandi partiti che, privi di peso politico e senza cariche importanti, vengono esclusi dalle scelte più rilevanti e destinati a eseguire le decisioni degli organi dirigenti alla cui formulazione non hanno preso parte».

I vecchi cronisti ricordano frotte di parlamentari in attesa di sapere se votare sì o no oppure quale nome supportare. A casa loro, ciascuno era importante: parenti, amici e clienti li assediavano per avere questo o quel favore. Loro erano dei privilegiati perché andavano e venivano da Roma (nome pronunciato sempre con enfasi e deferenza) e a Roma tutto si poteva fare perché lì tutto si decideva.

Ci sono stati anche casi (molto rari) che hanno visto un “peone” diventare un pezzo grosso, ma nella stragrande maggioranza dei casi erano ignorati dalle cronache parlamentari.

La riduzione del loro numero (i “peones” non si chiamano più così ma sono addirittura aumentati) è sostanzialmente ininfluente; nel bene e nel male. I lavori parlamentari non saranno più spediti del solito e la qualità degli eletti dal popolo non sarà migliore. Rastrellare voti c’entra poco con le “doti” comunemente riconosciute (bagaglio culturale, capacità di lavoro, serietà d’intenti…) e molto invece con le “giuste” attitudini (spiritosaggine, simpatia, pettinatura…).

Il Parlamento prossimo venturo, dunque, non sarà migliore di questo e, dati i tempi, probabilmente sarà peggiore.

Ciò posto, vanno presi in esame due temi collegati.

Il primo è l’antiparlamentarismo, cioè quell’atteggiamento che faceva imprecare “Piove, governo ladro”. La convinzione diffusa tra la gente è sempre la stessa da quando la società è stata organizzata: quelli che comandano sono mangiapane a tradimento e basta. In certi momenti, esplodono movimenti di protesta che finiscono con la medesima velocità con la quale sono nati. In Italia, per esempio, dopo la resa incondizionata al nemico, il giornalista Guglielmo Giannini fondò un settimanale intitolato “L’Uomo qualunque” ed un movimento, poi diventato partito, battezzato “Fronte dell’Uomo Qualunque”. Ebbe qualche successo elettorale, dopodiché subì una scissione e scomparve dopo nemmeno tre anni di vita. Se oggi diciamo “qualunquista” per indicare una persona che critica senza costrutto è perché il sistema partitico aveva marchiato Giannini di superficialità e povertà ideologica. 

La novità dei tempi attuali è che l’antiparlamentarismo è arrivato dentro il Parlamento: non è più soltanto la gente qualunque ad accusare gli “onorevoli” delle peggio cose, ma è dall’interno di Montecitorio e di Palazzo Madama che ha preso a soffiare un vento antiparlamentarista che ha portato alla riduzione del numero degli “onorevoli”. Perché? Per il semplice fatto che il sistema deve salvare sé stesso e per farlo solletica l’antiparlamentarismo popolare e finge di accontentarlo eliminando un po’ di zavorra.

C’è un movimento che dell’antiparlamentarismo ha fatto una bandiera per drenare consensi, ma, visti i risultati, ha sbagliato i calcoli. Ma questo è accessorio. Ciò che conta è che comprare il consenso della maggioranza in Parlamento sarà meno costoso perché ci sarà meno gente da comprare.

Il secondo tema riguarda il “deep state”, che con un Parlamento dimezzato troverà meno difficoltà a pilotare. E avrà più opportunità di accordi e complicità con l’oligarchia al potere.

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