AFRICA. Il golpe in Mali e il caos nello Zimbabwe

Si chiama “Comitato nazionale per la salvezza del popolo” (Cnsp) il gruppo di militari che ha preso il potere in Mali. Il colonnello dell’Esercito Assimi Goita si è proclamato leader. Il golpe poggia sulle accuse di “clientelismo politico” e di “gestione familiare degli affari di Stato”. Accuse valide anche in Italia, ma che qui non sono sufficienti per un repentino cambiamento degli assetti politico-istituzionali, in quanto la crisi economica è raccontata in maniera esagerata dai media. Se le condizioni della gente fossero per davvero quelle descritte, avremmo le piazze affollate dalla protesta. Di golpe nemmeno a parlarne. Non c’è più la “manina” sovietica che spingeva “operatori dell’informazione” e “amministratori della giustizia” a “scoprire” complotti “fascisti” e “colpi di stato” organizzati da pensionati con l’appoggio esterno di faccendieri senza patria. Tutt’al più, la “minaccia per la democrazia” viene tirata in ballo per puntare la cosiddetta pubblica opinione contro gruppi come “CasaPound” o contro qualche capopopolo pericoloso per il “deep state” (https://internettuale.net/2711/deep-state-contro-il-mostriciattolo-gialloverde).

La caduta del Muro ha portato anche la scomparsa delle “internazionali nere”. C’è sempre qualche stupidottero e/o furbastro in malafede con in bocca il grido “antifa”, ma è roba di poco conto. Gli ultimi colpi di coda di un polpo ammaestrato senza più l’addomesticatore.

In Mali, il “Movimento 5 giugno” aveva portato in piazza la gente per chiedere le dimissioni del presidente Keita e la creazione di un governo di unità nazionale (https://internettuale.net/4095/in-camerun-ce-la-guerra-civile-in-mali-sta-per-scoppiare). Non c’era mai stata una “pacificazione” dal golpe del 2012 in poi e la ripresa economica ha beneficato soltanto la minoranza al potere. Gli osservatori internazionali richiamano l’attenzione sul rientro dalla Libia dei militari tuareg dopo l’assassinio di Gheddafi e sull’attivismo di gruppi jihadisti, ma è difficile pensare che il golpe abbia qualche collegamento con qualche banda di armati indipendentisti. È più probabile che i militari al potere attueranno quanto prima un piano per eliminare i “disturbatori” del nuovo ordine. La campagna contro libici e jiadisti servirà, fra l’altro, a rimandare il giorno delle promesse “libere elezioni”.

L’Ecowas (Economic community of west african states) ha condannato il golpe e chiuso le frontiere con il Mali. Stessa condanna dall’Unione Europea e dall’Onu. Ma, come ha dimostrato per decenni Israele, le condanne internazionali non hanno peso quando non vengono accompagnate da adeguate missioni militari (ovviamente, di peacekeeping).

Intanto, all’altro capo dell’Africa, in Zimbabwe, si sono mossi il “Consiglio mondiale delle chiese” (Wcc), la “Federazione luterana mondiale” (Lwf), la “Comunione mondiale delle chiese riformate” (Wcrc) e il “Consiglio mondiale metodista” (Wmc) per denunciare il regime. Secondo la denuncia, circa la metà della popolazione soffre la fame, mentre sono alti i tassi di disoccupazione e la corruzione dilaga. Il regime usa la forza contro chi protesta e si moltiplicano i casi di abusi sessuali a danno delle donne attiviste e di giornalisti e leader politici schiaffati in galera.

Dopo Camerun e Mali, si avvicina il turno dello Zimbabwe.

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