In Camerun c’è la guerra civile, in Mali sta per scoppiare

La realtà è ciò che va in televisione. Se in onda ci sono i ghiacciai che si sciolgono, urge il problema del riscaldamento globale. Se in onda ci sono le foche monache, si soffre per la fauna sterminata dall’uomo. Accadono ogni minuto centinaia di avvenimenti, ma soltanto quelli trasmessi in tv (poi rimbalzanti sui social) sono reali per la gente. Sicché, mentre la parola pace rimbomba ogni dove, infuriano guerre e guerriglie ignorate dai più. Prendiamo il Camerun, incastrato fra Congo e Nigeria, dove sono quattro anni che si combatte. L’esercito governativo e le milizie separatiste si confrontano in sostanziali condizioni di parità: a pagare il conto sono morti, feriti e profughi civili. Le cifre sono grosse: 656 mila camerunesi di lingua inglese hanno dovuto abbandonare le proprie case, 800 mila bambini non possono più andare a scuola e almeno in 50 mila sono fuggiti in Nigeria. Non si contano i villaggi incendiati. La conta dei morti è approssimativa: si parla di 2 mila persone uccise. Non si sa nemmeno all’incirca il numero dei feriti.

Perché tutto questo? Perché il Camerun sono due: l’ex Camerun britannico e l’ex francese. L’unificazione non è stata indolore (come tutti i processi unitari) e, tranne qualche “incomprensione armata” con la Nigeria per la proprietà di giacimenti petroliferi, la repubblica non ha subito grossi scossoni fino al 2016, quando il governo ha deciso che il francese fosse la lingua ufficiale, imponendola nelle scuole, negli uffici etc.

Come sempre accade dove la convivenza tra tribù/gruppi/etnie non è mai pacifica, sono insorti i camerunesi dell’ex colonia britannica ed è scoppiata la guerra.

Ne sappiamo qualcosa? Evidentemente né la Francia né la Gran Bretagna hanno interesse a puntare i riflettori su un’area che, checché se ne dica, rientra nelle loro “sfere d’influenza”.

L’Ambozonia, cioè l’ex Camerun britannico, ha proclamato l’indipendenza tre anni fa. Il “presidente” di questa neonata repubblica, tale Julius Ayuk Tabe, è in galera da due anni, facendo divampare più forte il fuoco della rivolta. Adesso, pare che il governo ufficiale abbia concesso un permesso speciale per far sedere il “presidente” al tavolo delle trattative per un cessate il fuoco e l’inizio di negoziati di pace.

A circa duemila chilometri a nord c’è il Mali, l’ex Sudan francese, dove la pace è sempre stata una chimera colpita a morte da colpi di stato riusciti e falliti, da guerre civili e religiose e da una fame endemica, la “Economic community of west african states” (Ecowas), che conta 15 Stati membri, sta provando a fare da intermediaria per evitare lo scoppio di un’altra sanguinosa guerra civile. Il fatto è che il Mali, incassato nell’Africa occidentale, potrebbe fare da detonatore non soltanto per la decina di Stati direttamente confinanti.

A Bamako, la capitale, infuriano gli scontri di piazza. Senza telecamere; per il momento.

 

Lascia un commento

Questo sito utilizza i cookies. Se accetti o continui nella tua visita, consenti al loro utlizzo .

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close