Tucidide: la gente cercava soltanto il piacere immediato

Nel 430 a.C., secondo anno della prima guerra mondiale della Storia, in Atene scoppiò una devastante epidemia di un morbo fortemente contagioso e ignoto alla medicina del tempo. Forse un virus antenato del “corona”. Di solito i traduttori scrivono “peste”, ma i sintomi descritti dallo storico Tucidide (La guerra del Peloponneso; ESI, 1968) sono altri e più simili a quelli del tifo o del colera. Nonostante sia roba di circa duemilacinquecento anni fa, le poche righe che raccontano dello sconquasso morale causato dall’epidemia meritano un momento di meditazione.

«Il morbo – scrive Tucidide – diede inizio al dilagare dell’immoralità in Atene. Gli istinti, prima tenuti nascosti, si sfrenarono dinanzi ai rapidi cambiamenti, per cui i ricchi morivano all’improvviso lasciando le ricchezze a chi prima non aveva niente».

Gli improvvisi arricchimenti erano, dunque, legati alla morte di qualcuno e, dice Tucidide, «la vita e il denaro avevano agli occhi della gente lo stesso effimero valore». Ciò che s’era ottenuto senza sforzo lo si poteva perdere con uguale rapidità.

È un fatto che oggi non impressiona. È usuale imbattersi in persone sfrenate che si comportano come se dovessero morire domani, ma a quei tempi e, soprattutto, in Atene, la sregolatezza nata dalla pestilenza era un dato eccezionale. I costumi morigerati e i comportamenti misurati erano un vanto per gli ateniesi del quinto secolo precedente alla nascita di Cristo.

Grazie alla televisione e ai social (oltre che ad un’occhiuta onnipresenza di guardie), il coronavirus non ha causato grossi sconquassi alla pubblica morale. Anzi, c’è stata una forte diminuzione di reati contro il patrimonio.

C’è un aspetto, però, che in Atene fu straordinario e che è la norma nella nostra opulenta società. Leggiamo Tucidide: «Godere si voleva: in fretta, materialmente. Nessuno più era disposto a spendere tempo e fatica per ciò che era sempre stato considerato nobile, giacché pensava che sarebbe morto prima di raggiungerlo».

La ricerca dell’effimero, del piacere immediato, non è oggi deprecabile. Nella costituzione americana, è sancito il diritto alla felicità personale e nessuno pensa più di sacrificarsi per qualcosa o per qualcuno. Chi lavora e non fa giochetti con il cartellino è sfottuto, è giudicato uno sfigato. Chi si applica nello studio si guadagna gli sberleffi dei furbetti ignoranti che oramai sono la maggioranza dappertutto, Parlamento incluso.

«Soltanto una cosa – annota Tucidide – appariva utile e degna: il piacere immediato e tutto ciò che facilitasse l’arrivarvi».

L’epidemia uccideva non soltanto i corpi, dunque.

Per lo storico greco quella era una iattura impossibile da contrastare. Una guerra può avere termine con una pace, ma l’indebolimento del carattere, la corruzione dell’anima, l’individualismo sconfinato… l’annichilimento dello spirito di un popolo è senza ritorno.

Tucidide scrisse “La guerra del Peloponneso” nel corso dei vent’anni passati in esilio: i suoi concittadini l’avevano accusato di tradimento (ennesima testimonianza di quanto facile sia manovrare le masse). Atene perse la guerra e lo richiamò con uno speciale decreto che annullava l’accusa. Sappiamo che fu contagiato e che guarì; ma la sua morte è a tutt’oggi un mistero.

I ventisette anni di quella guerra videro coinvolti la Grecia e la Magna Grecia, la Sicilia e l’Asia Minore, praticamente tutto il Mediterraneo e gran parte del mondo conosciuto. Atene e Sparta si contesero l’egemonia schierando centinaia di alleati sparsi in tutte le regioni. Allo stesso modo, i 31 anni che vanno dall’assassinio dell’arciduca d’Austria a Sarajevo fino alla resa incondizionata del Giappone stroncato da due bombe atomiche segnano un’unica guerra mondiale tra l’Impero britannico e gli Imperi centrali.

Un parallelo che soltanto a prima vista appare azzardato.

 

 

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