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Quando Cossiga si dimise

Le ha minacciate tante volte: poi le dimissioni sono arrivate mentre milioni di vacanzieri affollavano le strade d’Italia per un assolato week-end. Cossiga, l’ultimo presidente della prima repubblica, si è dimesso perché – ha dichiarato – si sentiva «un uomo solo»; la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’elezione di Oscar Luigi Scalfaro alla presidenza della Camera dei deputati: Scalfaro – dice Cossiga – è il “fariseo”, colui il quale difende la “legge” senza vedere cosa gli succede intorno: quando anche i più ottusi hanno capito che è arrivato il momento di aggiornare la Carta costituzionale, Scalfaro resta aggrappato con le unghie e coi denti alle parole scritte da un’Assemblea tenuta insieme da un inevitabile compromesso. Ma non basta. L’elezione dell’accoppiata Spadolini-Scalfaro è arrivata dopo l’ennesima alchimia elaborata da un ceto politico che non ha inteso la lezione del 5/6 aprile. Mentre l’Italia ha chiesto a gran voce il cambiamento, fra gli stucchi di Montecitorio e gli specchi di Palazzo Madama si è consumato l’ennesimo tradimento della volontà popolare.

I problemi di una società che precipita nel baratro di una crisi senza precedenti sono stati ancora una volta accantonati: era più importante per i mammasantissima del Palazzo combattere la guerra delle poltrone piuttosto che quella della disoccupazione, dell’ambiente, della criminalità organizzata, della riforma delle istituzioni e della tanto auspicata governabilità del Paese.

Cossiga le aveva provale tutte ma più di tanto non poteva obbiettivamente fare. Aveva l’ultima carta da giocare e l’ha fatto: s’e dimesso per creare una estrema (purtroppo inutile, conoscendo Andreotti & co.) difficoltà al Palazzo. Dimettendosi, Cossiga costringe il Parlamento ad eleggere prima il nuovo inquilino del Quirinale e dopo il nuovo inquilino di Palazzo Chigi. E si dovranno rimescolare le carte.

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