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La statua di Brenno sul municipio di Sens (Agendicum) l'antica capitale dei Galli Senoni

Allia, 18 luglio. Roma ad un passo dall’estinzione

«La battaglia avvenne dopo il solstizio d’estate nel periodo del pleniluniotale giorno fu sino ad oggi chiamato, a causa del fiume presso cui essa avvenne, “alliense”questo giorno dell’Allia è considerato dai Romani uno dei più nefastipoiché la prevenzione e la superstizione, come suole avvenire, crescono al massimo di fronte alla calamità..». È lo storico Plutarco che racconta la battaglia sul fiume Allia del 18 luglio (l’anno è in forse: 390 o 388 a.C.) quando i Romani furono sconfitti dai Galli Senoni (Celti originari della Borgogna) comandati da Brenno, il capo che era riuscito ad unificare le tribù e ad occupare un vasta area comprendente l’odierna Emilia-Romagna e le Marche.

Scrive Plutarco: «…se dopo quella battaglia i Galli si fossero dati subito all’inseguimento dei Romani in fuga, nulla avrebbe impedito che Roma fosse interamente distruttai Barbari non si resero conto della grandezza della vittoria e si dettero a festeggiarla in un eccesso di gioia e a spartirsi il bottino preso nell’accampamento…».

Racconta Livio: «… i Galli, attoniti di fronte a quella vittoria miracolosa ottenuta in maniera così repentina, rimasero sulle prime immobili per lo sbigottimento, come se non riuscissero a capacitarsi di quanto era successo. Poi cominciarono a temere l’eventualità di un’imboscata…». Fin dalle prima fasi della battaglia, i Galli temettero di cadere in una trappola; secondo Livio «…Brenno, il capo dei Galli, temendo che l’esiguo manipolo di nemici mascherasse uno stratagemma, e pensando che i Romani avessero occupato quell’altura per permettere ai contingenti di riservisti di assalire il nemico al fianco e alle spalle non appena i Galli avessero attaccato frontalmente lo schieramento romano, operò una conversione e si diresse contro i riservisti…».

In effetti nello schieramento romano che, come dice Livio, «non c’era nulla che assomigliasse a un esercito romano», regnavano confusione e disordine e Brenno, conoscendo la fama delle legioni, s’era convinto che fosse un trucco. «L’altura – scrive Livio – protesse per un po’ di tempo i riservisti. Ma nel resto dello schieramento, non appena l’urlo dei Galli arrivò dal fianco alle orecchie dei più vicini e da dietro ai più lontani, i Romani, quasi ancor prima di vedere quel nemico mai incontrato in precedenza e senza non dico tentare la lotta, ma addirittura senza far eco al grido di battaglia, si diedero alla fuga…».

E Plutarco: «L’ala sinistra fu spinta nelle acque del fiume dai Galli subito piombati su di essa e fu annientata; l’ala destra evitò l’attacco salendo dalla pianura sulle alture e fu meno colpita… tutti quelli che erano riusciti a salvarsi, avendo il nemico rinunciato a continuare la strage, fuggirono durante la notte…».

Il luogo della battaglia, scrive Livio, era «ad appena undici miglia da Roma, là dove il fiume Allia, scendendo dai monti Crustumini in una gola profonda, si getta nel Tevere poco sotto la Salaria», ma gli scampati cercarono riparo a Veio e non nell’Urbe, «…ritenendo che Roma fosse distrutta e che tutti quelli che si trovavano in essa fossero morti».

Il busto di Brenno al Musée national de la Marine di Parigi

Brenno (la parola in celtico significa Capo) aveva risparmiato le città e i villaggi sulla strada per Roma. Plutarco dice che i Galli «…contro ogni aspettativa nessuna violenza essi facevano, né alcunché portavano via dai campi; soltanto, passando vicino alle città gridavano di marciare su Roma e di far guerra soltanto ai Romani, considerando amici gli altri». Il sacco di Roma fu la conclusione di una marcia di conquista e non di un’incursione: Brenno aveva tutte le intenzioni di fondare un proprio regno sulle rovine di Roma.

Sulle cause della disfatta si potrebbe dire di tutto e di più. Plutarco si limita a sottolineare che i Romani «…anche in caso di conflitti di minor rilievo, spesso avevano eletto dei comandanti supremi, che chiamano dittatori, non ignorando di quanto grande utilità sia di fronte a situazioni dubbie obbedire ad una sola autorità, a un comandante assoluto, che ha nelle sue mani anche il potere giudiziario».

Infatti, fu il quattro volte dittatore Marco Furio Camillo a distruggere i sogni dinastici dell’uomo chiamato Brenno.

 

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