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Con lo Stato ridotto, tribù non è una brutta parola

L’impoverimento dello Stato con la sua riduzione ad amministratore del condominio Italia ha ridato forza a strutture sociali pre-statali come la tribù. È noto che le società tribali non vanno oltre i confini di ogni singola tribù. Studiando i nativi americani o gli indios amazzonici, si notano notevoli somiglianze con la società nella quale stiamo vivendo. Il “tribalismo”, cioè l’idea che “siamo tra noi e gli altri non li vogliamo”, lo verifichiamo senza difficoltà. I gruppi politici – governativi, non governativi, radicali, estremisti e chi più ne ha… – sono tribù fondate sul tribalismo. Associazioni culturali, organizzazioni non governative, consorterie d’ogni genere obbediscono alle leggi della tribù di appartenenza. Allo Stato si ricorre soltanto per spillargli quattrini; cosa che riesce bene alle grandi tribù e poco o niente alle piccole. Sulla carta, per esempio, i pensionati al minimo sarebbero una grande tribù; se non fossero vittime di tribalismi esterni, potrebbero disporre di una forza almeno pari a quella di una grande tribù come la Fiat, pardon, FCA.

Lo stato dell’arte è questo. Lo Stato si è ritirato come un calzino di lana lavato ad alta temperatura e, giacché in politica come in natura il vuoto non resiste a lungo, ecco spuntare le tribù. La valutazione del fatto dipende da chi giudica: per alcuni, la tribù è un decadimento; per altri, è una buona base di partenza. Il tribalismo non è un male assoluto. Bisognerebbe meditare un po’ su questo. Per il momento, diamo uno sguardo alle nostre spalle per guardare meglio avanti.

Secondo l’opinione più antica e tuttora diffusa, alle origini di Roma ci sono tre tribù. La parola latina “tribus” nasce dalla divisione dei gruppi fondatori in tre parti, da una tripartizione, cioè dal numero tre. Tribù è il risultato di una divisione del popolo per tre. Per i più curiosi consigliamo la lettura di storici come Marco Terenzio Varrone e Teodoro Mommsen.

Da “tribus”, terzo, nasce “tribuere”, cioè dividere. Onde attribuire, contribuire, distribuire. Ciò che ogni singola tribù versava per le spese comuni si chiamò tributo (che ancora esiste ma con molta nebbia sulla sua “distribuzione”).

Siccome siamo a Roma e non sul Rio delle Amazzoni, le tribù cedevano quote parti di diritti, prerogative, sostanze per il mantenimento della “res publica”, la quale esercitava poteri civili e militari secondo le leggi e le norme redatte dalle tribù (che col tempo diventarono più di tre, ma questo è un altro capitolo).

Per la guerra, ciascuna tribù sceglieva mille combattenti (“miles”, il soldato era uno dei Mille, e non se dispiaccia il generale Garibaldi) ed i comandanti si chiamavano “tribuni militum” e non c’è bisogno di annotare che il “tribunus” prende nome sempre dal numero tre.

La carica di tribuno era importante. Veniva immediatamente dietro a quella di console. In pratica erano gli ufficiali comandanti alle dipendenze del comandante in capo.

Il tribuno era anche un alto rappresentante del potere civile ed aveva diritto di rivolgersi direttamente al popolo. Per farsi vedere e sentire da tutti saliva su una pedana che, indovinate un po’?, fu subito chiamata “tribunal”, cioè il posto del tribuno e, quindi, tribuna, che è ancora oggi il posto riservato alle autorità.

Passare dalla semplice indicazione di piedistallo a quella più ampia di luogo dove si esercita il potere fu questione di un attimo e il tribunale è rimasto il palazzo dove si esercita (o si dovrebbe esercitare) la giustizia. Crescendo, Roma affidò l’amministrazione della giustizia ad altri funzionari (praetores) ma non fu cambiato il nome al luogo e tribunale fu tale anche per i pretori.

Si potrebbe, perciò, approfittare della crisi oramai pluridecennale, restituendo alla tribù il significato e il valore acquisiti a Roma e non nelle Grandi Pianure dei Cheyenne.

 

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