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Mussolini: la Germania è parte integrante della civiltà europea

«Tutti gli Stati del mondo si trovano fra di loro in rapporto fatale d’interdipendenza». Ammoniva Benito Mussolini parlando a Trieste il 6 febbraio del 1921. «Si può ben dire – precisava – che colla guerra e dalla guerra la storia del genere umano ha acquistato un ritmo mondiale». Il primo conflitto mondiale aveva aperto una stagione nuova con la quale fare i conti. Erano i prodromi della globalizzazione? Non è questa la sede per un’analisi del genere. Qui ci si limita a ricordare che un uomo politico, uno statista, deve anticipare i temi e non andare a rimorchio o, peggio, ignorarli perché avviticchiato alle piccole astuzie animalesche quotidiane che gli salvano il posteriore.

«Mentre l’Europa dissanguata stenta a ritrovare il suo equilibrio economico, politico e spirituale, già si annunciano, oltre i confini del vecchio continente, formidabili antitesi d’interessi. Alludo – chiariva Mussolini – al conflitto fra Stati Uniti e Giappone (…) Che la coscienza della inevitabilità di un urto fra questi due Stati esista, può trovarsi in questo particolare significantissimo: il libro che ha avuto ed ha a Tokio la maggiore diffusione in tutte le zone della popolazione, s’intitola “La nostra prossima guerra cogli Stati Uniti”. Quella che si profila è la guerra dei continenti per il dominio del Pacifico».

E concludeva: «L’asse della civiltà mondiale tende a spostarsi».

Qualche decennio fa, per una serie di accadimenti che qui non serve elencare, divenne chiaro che il Mediterraneo avrebbe riacquistato la centralità perduta: il volume dei traffici navali sarebbe cresciuto e quindi sarebbe stato necessario ampliare i porti esistenti e, dove possibile, impiantarne di nuovi. Anche chi scrive intervenne in diverse occasioni per stimolare l’attenzione verso il mare: siamo o non siamo una gigantesca portaerei nel Mediterraneo? Tutti gli altri investirono nei sistemi portuali: Spagna, Marocco, Algeria, Francia, Egitto (https://internettuale.net/1942/il-canale-di-suez-va-al-raddoppio-piu-di-tremila-anni-fa-il-primo-tracciato)… tutti, tranne l’Italia. Gioia Tauro, un porto condannato dalla nascita, s’è trovato casualmente al centro delle nuove rotte, ma oggi scoppia perché non è stato fatto granché per ampliarlo e, soprattutto, per collegarlo via terra con il resto d’Europa.

A seguire i politicanti – governativi e non – attraverso la televisione, la radio, i giornali, i twitter e vari altri strumenti di comunicazione, si ha l’impressione di un sempiterno happening, di una improvvisazione memore della commedia dell’arte. Il parallelo con secoli di rappresentazioni teatrali nel corso delle quali gli attori improvvisavano le battute a volte senza nemmeno un canovaccio potrebbe sembrare offensivo nei confronti di professionisti appassionati che si mettevano in gioco tutte le sere, ma il richiamo viene spontaneo pensando alle maschere della commedia dell’arte. C’erano Arlecchino, Brighella, Pantalone… cioè personaggi subito identificati dal pubblico in forza dei costumi che indossavano e che perciò agivano senza mai tradire il ruolo incollato loro addosso dalla maschera.

Questi buffi rappresentanti del popolo recitano parti fisse: il pubblico si aspetta la dichiarazione di un Salvini come quella di un Conte e di chiunque altro. Sono scontati. Maschere appunto. Senza domani, perché il presente è lo stesso di due giorni fa, cioè del passato, e il futuro, cioè domani, sarà uguale all’oggi. Anche le facce, i “costumi”, le citazioni sono frutto del medesimo canovaccio.

Trovare qualcuno che tracci linee strategiche, che tratteggi almeno una parvenza di geopolitica sarebbe un miracolo; se accadesse. Ma non accade.

«…c’è chi prevede – ammoniva Mussolini nel 1921 – un graduale decadimento economico e spirituale della nostra vecchia Europa, del nostro continente piccolo e meraviglioso, che è stato, sino ad ieri, guida e luce per tulle le genti». E diceva la sua: «La vita dell’Europa, specialmente nelle zone dell’Europa Centrale, è alla mercè degli americani. D’altra parte l’Europa ci presenta un panorama politico ed economico tormentatissimo, un groviglio spinoso di questioni nazionali e di questioni sociali (…) Non sembra vicina realtà quella di una “unità” europea. Egoismi ed interessi di nazioni e di classi si accampano in fieri contrasti».

Due anni dopo, pendeva ancora il problema delle somme che i tedeschi dovevano ai vincitori della guerra. Era una questione che metteva a rischio la realizzazione di una pace duratura. Gli storici, col senno di poi, avrebbero scritto che le cause della seconda guerra mondiale stavano negli ingiusti trattati che avevano chiuso la prima.

A proposito della Germania sepolta sotto una montagna di risarcimenti e amputazioni, Mussolini disse in Senato il 16 novembre del 1923: «…bisogna aver il coraggio di dire che il popolo tedesco esiste; sono sessantun milioni di abitanti sul territorio della Germania, sono altri 10 o 12 milioni tra l’Austria e gli altri paesi; non si può pensare, e non si deve nemmeno pensare, di distruggere questo popolo. È un popolo che ha avuto una sua civiltà e che domani può essere ancora parte integrante della civiltà europea».

A distanza di un secolo, l’Europa si ritrova tra i piedi i “nemici” della Germania e i fessacchiottoni illusi di risolvere i problemi ristabilendo i “sacri confini”.

 

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