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Non resta che rimpiangere i politici educati dal Fascismo

Ai vecchi, e io lo sono, viene spontaneo dire: era meglio prima. C’è perfino chi tenta una rivalutazione dei democristiani. Che poi non è proprio una bestemmia. È difficile immaginare, per esempio, un Amintore Fanfani (fu presidente del Senato mentre io “facevo la rivoluzione”…) mentre lancia una sfida a singolar tenzone televisiva all’indirizzo di un giornalista reo di aver parlato male di lui. Oggi, i “pezzi grossi” (e pure quelli piccoli) di tutti gli schieramenti si battono a colpi di twitter oltre a farsi chiassose litigate in tv. Fanfani, che i compagni avevano preso di mira scrivendo sui muri “fanfascista” e che anche a causa del suo caratteraccio aveva più nemici che amici, è generalmente apprezzato per il suo piano-casa, che fu forse il principale volano del boom economico italiano. A non parlare dei suoi libri tradotti in decine di lingue.

Non fu il solo pezzo grosso di quell’epoca dove i fessacchiotti avevano vita breve. Forse si rischia di beatificare tutti come accade nei cimiteri gremiti di spose fedeli e mariti esemplari, ma è un rischio che è giocoforza correre.

Di schifezze i democristiani ne hanno fatte parecchie, ma c’è anche da tener presente che sono stati padroni dell’Italia per più di mezzo secolo. Adesso c’è gente che ha occupato la poltrona ieri e già stamattina se ne sente padrone assoluto. Il fatto è (sto per dire una cosa terribile ma è vera al 100%) che quel ceto politico era fascista. Era stato educato fin dall’infanzia al rispetto per le Istituzioni. Quegli uomini anche quando la facevano sporca salvavano le apparenze. Che ipocrisia, direte voi. Il popolo parlava male (“Piove, Governo ladro” è imprecazione ottocentesca) degli “onorevoli” ma dentro, nel cuore e nella mente, nutriva rispetto. Intuiva che per essere arrivato a sedere su quella poltrona, quell’onorevole aveva fatto una lunga gavetta: in parrocchia, nella sezione del quartiere, al Consiglio comunale e via via fino a Roma per uno scranno alla Camera o al Senato. Ricordo che bastava pronunciare le due sillabe Ro-ma perché l’attenzione fosse massima.

Anche gli onorevoli degli altri partiti, dal Pci al Pri, erano stati educati dal Fascismo. C’erano anche qualche antifascista autentico, di quelli che erano stati in galera o al confino, che avevano dovuto emigrare o che aveva fatto sul serio la Resistenza. La loro presenza legittimava tutti gli altri. Come si sa, è stato l’antifascismo il passaporto di democrazia per i comunisti invaghiti della dittatura del proletariato. Ma anche per loro quelli “bravi” erano gli ex fascisti. Uno dei motivi che convinse il comunista Palmiro Togliatti, ministro di Grazia e Giustizia, a stilare un provvedimento di amnistia fu che il Pci aveva bisogno di quadri e dove reclutarli se non tra gli ex fascisti amnistiati? E tutti apprezzarono la scelta del “Migliore”.

Un ministro delle Finanze, Luigi Preti socialista passato al Psdi di Giuseppe Saragat, la sera spegneva le luci al ministero quando usciva e obbligava direttori generali, funzionari e impiegati a fare altrettanto. E qualcuno protestava: “Che gliene frega?, mica paga lui la bolletta!”. Preti (che ho conosciuto quando lavoravo all’Umanità) era antifascista, era stato in un carcere militare per disfattismo, ma chi gli aveva trasmesso il rispetto per lo Stato? L’educazione fascista era come la tv oggi: impossibile sfuggirle. Educazione antidemocratica, è vero, ma qui non c’entra.

La generazione degli “educati dal Fascismo” si è esaurita perché le leggi anagrafiche non fanno sconti. I pochi sopravvissuti sono icone circondate da venerazione.

Nell’immediata successione è arrivata una generazione del dopoguerra, educata all’ipocrisia dell’8 settembre, sradicata e senza idee. I più passano come meteore cariche di opinioni che mutano di continuo. Tutti mutanti che s’aggrappano alla poltrona così come alla seggiola, disposti a fare le capriole per un passaggio in tv. Gente che parla; e nient’altro.

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