New York, 15 gennaio 1734: il governatore inglese Cosby fa bruciare a Wall Street le copie del “The New York Weekly Journal”, perché l’aveva criticato.

INDEPENDENCE DAY. Il re ghigliottinato sconfisse il re pazzo

Il 4 luglio è per gli americani una data fondamentale: festeggiano la Dichiarazione d’indipendenza dalla corona britannica siglata a Filadelfia, in Pennsylvania, dai rappresentanti delle 13 colonie d’America nel 1776. L’Independence Day fu sancito 5 anni dopo, il 17 di ottobre del 1781, quando si concluse, con la resa inglese a Yorktown, la guerra contro gli inglesi.

A 10 anni dal Boston Tea Party (circa 200 giovani travestiti da indiani avevano gettato a mare le casse di tè trasportate da navi inglesi), i coloni americani avevano battuto la corona d’Inghilterra e tre anni dopo la caduta di Yorktown fu firmata la pace a Versailles. Perché in Francia? Perché il re francese Luigi XVI (poi ghigliottinato) aveva finanziato e sostenuto – con migliaia di soldati, con i nuovissimi fucili Charleville, con cannoni di nuovo tipo e con moderne navi di linea – lo scontro contro la corona inglese. Senza la Francia, i coloni non sarebbero riusciti a ricacciare in mare le armate di Sua Maestà Giorgio III (poi morto pazzo).

Anche dopo la guerra, comunque, le colonie ci misero un po’ a “sentire” l’unità nazionale, continuando ciascuna a mirare all’ampliamento dei propri confini. Nel Massachusetts, per esempio, moltissimi erano rimasti fedeli alla Corona; il figlio di Franklin, William, aveva scelto di tenersi la regia patente di governatore di una provincia. L’epopea raccontata in seguito ignora persone e fatti scomodi e tutto il mondo sa che gli americani insorsero come un sol uomo contro il dominio britannico: con sacrifici inauditi, vecchi fucili e forconi avevano battuto una potenza europea di primo livello. Le epopee sono belle, poetiche e affascinanti, ma la Storia è altra cosa e bisogna farci i conti, prima o poi.

Comunque, l’esercito comandato da Lord Charles Cornwallis si era ritirato a Yorktown (circa 300 km a sud di Washington) dopo che nella Carolina la permanenza era ormai diventata insostenibile. Tra imboscate e improvvisi assalti, le truppe inglesi erano state sottoposte ad una guerra di logoramento tale da rendere necessario un periodo di tregua. Cornwallis pensò di rifugiarsi in Virginia e di occupare il porto di Yorktown per avere l’assistenza della flotta britannica. Bersagliato dagli uomini del marchese di Lafayette, l’aristocratico francese che s’era guadagnati sul campo i galloni di maggiore generale (a due stelle, diremmo noi), l’esercito inglese affrontò una difficile marcia prima di riuscire a ripararsi dietro le mura della città. I quattromila “cacciatori” del nobile ventenne, diventato il simbolo della “guerra per la libertà”, erano insuperabili nella tattica di guerriglia e tiratori talmente abili da diventare leggendari. Alla fine, la posizione occupata dal Cornwallis sarebbe stata di tutto riposo se non fosse intervenuto un sostanziale mutamento nella strategia dell’armata franco-americana.

In sostanza, George Washington, comandante in capo, aveva previsto di attaccare a fondo New York (circa 600 km a nord di Yorktown) dov’era attestato il grosso delle forze d’occupazione britanniche al comando di Sir Henry Clinton, il quale, però, si era coscienziosamente preparato a respingere e a contrattaccare. Le forze francesi, che costituivano un elemento indispensabile nella guerra, ritennero più opportuno sferrare un grosso attacco a sud in modo da isolare il corpo di spedizione di Clinton. Sia l’ammiraglio comandante la flotta francese, il conte di Grasse, sia il generale comandante le truppe di terra (con un’ottima artiglieria), il conte di Rochambeau, fecero pressione perché Washington mutasse il piano strategico. A bordo della nave ammiraglia “Ville de Paris”, il 17 settembre fu raggiunto l’accordo e quindi fu deciso di far convergere tutte le forze su Yorktown. Operato il ricongiungimento anche con gli uomini di Lafayette, l’esercito franco-americano si dispose all’assedio che incominciò il giorno 9 ottobre.

L’artiglieria francese fece miracoli. I cannoni furono utilizzati per la prima volta in modo da raggiungere l’effetto del “fuoco concentrato”: erano di nuova concezione, divisi in due pezzi (avantreno e affusto) godevano di maggiore rapidità negli spostamenti e nei tiri. Sottoposto ad un bombardamento pesantissimo, bloccato dalla parte del mare dalla flotta francese (che aveva sconfitto quella inglese a Chesapeake), Cornwallis si decise a tentare una sortita. Provò ad imbarcare una divisione sui bastimenti di cui disponeva per aprirsi un varco via terra con le truppe restanti nella cintura degli assedianti, ma le navi furono bloccate all’uscita del porto e dovette ordinare la ritirata e ritornarsene al riparo della città. Considerato che la continuazione dello scontro avrebbe visto il massacro delle proprie truppe e che non sarebbe mai arrivato il tanto sospirato aiuto di Sir Clinton, Cornwallis si rassegnò alla resa. II giorno 17, alle dieci del mattino, un parlamentare sventolando una bandiera bianca chiese la resa.

Washington, ormai sicuro della vittoria, pretese Ia resa a discrezione e ordinò che il bombardamento riprendesse più intenso di prima. I cannoni tacquero soltanto nel pomeriggio allorché gli inglesi capitolarono. Il giorno dopo, a mezzogiorno, fu firmato l’atto: si arresero 6.498 uomini e i franco-americani misero le mani su un considerevole bottino (274 cannoni, 7.320 fucili, 40 bastimenti, 457 cavalli e magazzini di munizioni e vettovaglie).

II lord inglese non volle umiliarsi a consegnare la spada al vincitore e si diede malato; al suo posto si presentò il luogotenente O’Hara. Questi tentò inutilmente di consegnarsi al generale francese, ma il conte di Rochambeau dichiarò: «L’armata francese è ausiliaria di quella americana, dovete prendere ordini dal generale Washington».

La resa di Yorktown in teoria non avrebbe dovuto incidere sulla reale consistenza dell’esercito di Giorgio III; a conti fatti, sottraendo i settemila uomini di Cornwallis ai 42.000 inglesi presenti sul territorio americano, il grosso dell’esercito d’occupazione era rimasto intatto. Ma non era più questione di numeri da contrapporre a tavolino: i combattimenti fatti in Virginia avevano dimostrato che l’esercito franco-americano era un vero esercito e non più un’accozzaglia di volontari indisciplinati che le bene addestrate truppe di Sua Maestà erano sempre riuscite a mettere in fuga.

L’addestramento intensivo al quale aveva sottoposto i coloni-soldati il barone Friedrich von Steuben, già ufficiale di Federico di Prussia, aveva fatto il miracolo.

Tra parentesi, va annotato che gli americani avevano firmato con i francesi un patto per il quale avrebbero preso comuni decisioni, ma trattarono separatamente con gli inglesi in tutte le occasioni a loro convenienti. Illuminante un messaggio di Benjamin Franklin da Londra: «Seguiterò a trattare senza consultare il governo francese». I soldi, però, li presero sempre. Quando Luigi XVI donò a fondo perduto 6 milioni a Washington per l’esercito, i congressmen si offesero perché la donazione li scavalcava. Evidentemente il sovrano francese, che già aveva erogato somme enormi senza vederne i benefici a livello militare, aveva pensato di dare un po’ di soldi direttamente al comandante in capo americano.

Va detto che gli inglesi non erano stati mai dei buoni padroni. Per Londra le colonie erano beni da sfruttare senza tanti complimenti e spesso gli emissari si distinsero per barbarie. A New York, in Wall Street, luogo deputato per le esecuzioni delle condanne, il generale William Cosby, governatore della colonia, aveva fatto bruciare le copie del “The New York Weekly Journal” (giornale stampato da John Foster Zenger, giornalista-tipografo tedesco) perché denunciava il suo malgoverno.

I coloni americani avevano molti motivi per ribellarsi eppure non fu facile spingerli a farlo. La gente ama starsene accucciata e beccarsi i calci pur di non correre rischi. L’Independence Day ricopre con fuochi d’artificio e fumanti barbecue la realtà di una guerra al cui confronto il nostro Risorgimento fa una bella figura.

 

 

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