Onu e Ue per la Siria (a parole, come fa il Papa)

L’Unione europea e le Nazioni Unite copresiederanno (domani, 30 giugno 2020) la quarta conferenza di Bruxelles “Sostenere il futuro della Siria e della regione“. Stavolta la conferenza sarà in sintonia con i risultati: si svolgerà, infatti, in formato virtuale. In Siria, siamo al decimo anno di guerra e non sembra che Ue, Onu e compagnia conferenziando abbiano fatto granché fino ad oggi. Con la pandemia di Covid-19, per milioni di sfollati si profila una strage. Fuggiti dai bombardamenti, moriranno di una malattia che, allo stato delle cose, si può evitare soltanto con il distanziamento sociale, cosa praticamente impossibile nei campi profughi. All’incontro di Bruxelles non assisteremo alle solite passarelle di vip perché la teleconferenza non lo consente, ma non ci sarà risparmiata la sceneggiata ad opera dei tanti mammasantissima che interverranno per dire: mettiamo fine alla guerra, aiutiamo i profughi, etc.

Una cosa è certa: ci sarà un profluvio di complimenti per tutti quei Paesi che, o per amore o per forza, ospitano campi profughi: Libano, Giordania, Turchia, Egitto e Iraq. E promesse di quattrini. Per alcuni, per esempio la Turchia, i soldi saranno pronto cassa. Per altri, il percorso non sarà agevole e per qualcuno non si completerà affatto. Ma questo rientra nei giochi internazionali gestiti dagli Stati Uniti con la complicità di Israele soprattutto in questo momento nel quale un presidente è preso a calci dai circoli che non hanno mai accettato la sua elezione. Donald Trump s’è avvolto nella bandiera biancoceleste pensando di spaccare il fronte dell’intellighenzia americana, che, com’è noto, è dominato da uomini e donne fedeli in spirito a Israele. Fino ad ora non c’è riuscito. Anzi, i nemici gli hanno buttato tra i piedi un contenzioso razziale come fosse colpa sua e non del fatto che rivolte e brutalità poliziesche siano all’ordine del giorno da quando fu abolita (sulla carta) la schiavitù.

Al coro degli uomini di buona volontà si è aggiunto anche Papa Francesco: «Preghiamo per questo importante incontro – ha detto – perché possa migliorare la drammatica situazione del popolo siriano e dei popoli vicini, in particolare del Libano, nel contesto di gravi crisi socio-politiche ed economiche che la pandemia ha reso ancora più difficili. Pensate che ci sono bambini con la fame, che non hanno da mangiare. Per favore, che i dirigenti siano capaci di fare la pace».

Il distanziamento sociale non è praticabile

I “dirigenti”, come li chiama il più importante inquilino del Palazzo Apostolico, il quale però preferisce vivere in albergo, non hanno alcuna intenzione di dare la possibilità alla Siria di tornare alla normalità. Prima o poi riusciranno ad attuare la solita manovra omicida, testata recentemente con Hussein e Gheddafi, e ad amputare altri pezzi da aggiungere al Golan e/o da regalare ai complici “rivoluzionardemocratici” nella regione. I quattrocentomila morti e gli 11 milioni di profughi sono normali danni collaterali nella strategia elaborata dieci anni fa (e anche prima, ma non ne ho le prove).

La guerra nello Yemen appartiene alla stessa strategia. Sono cinque anni che l’Arabia Saudita “sunnita” (è un po’ più complicato perciò le virgolette sono d’obbligo) fa da baluardo “occidentale” all’Iran, sciita, che appoggia gli Huthi, comunità fortemente discriminata dal ceto politico dominante nello Yemen, dopo una serie di fatti e misfatti con inclusi golpe tentati e golpe riusciti. Una storia lunga, ma la conclusione è che l’Arabia Saudita, pur condannata per crimini di guerra da Amnesty International, va avanti. Non è azzardato un parallelo con Israele che se ne frega anche delle condanne dell’Onu. Come in Siria, i morti e gli sfollati (3 milioni circa) sono danni collaterali.

 

 

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