Palazzo dei Normanni, in Piazza del Parlamento a Palermo

POLITICA. 12 – Una nuova via per l’antiparlamentarismo

Da quando il Parlamento non rappresenta più il Paese? E soprattutto: da quando il Paese non si sente rappresentato dal Parlamento? Quello dell’antiparlamentarismo è terreno scivoloso: essendo la nostra una democrazia parlamentare, attaccare il Parlamento equivale ad un attacco alla democrazia, per cui il dibattito finisce prima di cominciare. Disporre di una rappresentanza eletta, dalla quale è partorita la formazione del governo, è il sistema che dà maggiori garanzie di libertà politica. Non ce ne sono altri praticabili. Semmai si potrebbe parlare di una elezione diretta del capo dello Stato in mondo da rendere più efficace il funzionamento della macchina pubblica. Potremmo dedicare pagine e pagine al ceto parlamentare, cioè al ceto politico dominante, per raccontarne vizi e privilegi. In questi ultimi tempi, caratterizzati dalle dinamiche distorte delle combinazioni parlamentari, la condanna sarebbe più che giustificata. La fine dei partiti tradizionali, l’irruzione degli uomini-partito, la composizione e scomposizione di alleanze a sostegno di governi non “santificati” dalla volontà popolare e la sequela di scandali più o meno gravi con parlamentari protagonisti o comprimari, tutto ciò sta sgretolando il Parlamento in quanto istituzione.

È diffusa opinione che al comando imperversi un’oligarchia inefficiente oltre che disonesta e che i continui trasformismi di partiti, che nascono e muoiono per rinascere dalle proprie ceneri, siano la causa di tutti i mali italiani. Che le opposizioni non siano l’alternativa salvifica, in quanto palesemente fallimentari nei governi gestiti in precedenti occasioni, è altra convinzione in crescente diffusione. Nemmeno i cultori più diligenti della cabala e i meglio attrezzati ad interpretare i segni cabalistici sono in grado di fare previsioni attendibili sull’immediato futuro. A notte fonda parte il mormorio sulla fine della resistenza del governo e del presidente Conte in particolare; all’alba rumoreggiano i cinguettii sul sostegno del Quirinale e del Vaticano. Come andrà a finire, nessuno lo può dire. Un Parlamento di persone sobrie e capaci lascerebbe poco spazio ai manovrieri; imporrebbe trasparenza e chiarezza.

Non è corretto, pertanto, confondere l’antiparlamentarismo con l’antidemocrazia. Sulla strada dell’antidemocrazia non ci si ferma a guardare se l’attività parlamentare sia buona o cattiva. Chi combatte la democrazia, lo fa per principio e non perché sia deluso dal Parlamento. Parlare di alternativa alla democrazia non è qui il tema e nemmeno lo è trattare di sostitutivi corporativi del Parlamento. E lasciamo da parte anche Carl Schmitt, il filosofo del diritto che più e meglio di altri ha definito i limiti del parlamentarismo. L’attuale stato dell’arte ci impone di studiare i rimedi alla degenerazione del Parlamento, di approntare una farmacopea per curarne i mali e di elaborare strumenti più efficaci per migliorarne la qualità.

Tutto ciò nell’ambito di questo Parlamento e servendosi delle leggi in vigore. Non è difficile scorgere le difficoltà: sarebbe come chiedere ad un narcotrafficante di autodenunciarsi e bussare al portone del carcere per farsi rinchiudere. Bisogna costringere, dunque, i parlamentari a fare in un certo qual modo harakiri e ciò diventa possibile sfruttando circostanze eccezionali. Si potrebbe partire picconando i regolamenti interni. Se al Senato, per esempio, non ci fosse stata la Commissione Contenziosa, non avremmo avuto la “sorpresa” di vedere annullati i tagli dei vitalizi agli ex parlamentari. I regolamenti interni di Camera e Senato sono i più impervi ostacoli alle riforme migliorative. Fare pulizia, distruggere ciò che non merita di essere conservato, piegare la burocrazia ad una posizione subordinata rispetto alla politica ed imporre la tutela giuridica per tutti, a cominciare dagli stessi magistrati, ecco queste sarebbero medicine facili da somministrare da un Parlamento pur ridotto al cortile di una fattoria dove razzolano animali d’ogni tipo che riempiono l’aria di un caotico sovrapporsi di muggiti e ragli, grugniti e coccodè, di abbai e miagolii.

I princìpi fondamentali dello stato di diritto potrebbero essere rispolverati per raggiungere una significativa percentuale di imparzialità da parte della Pubblica amministrazione. La ricostruzione cozzerebbe contro la schiacciante mediocrità specialmente di quei parlamentari sintonizzati sulla mediocrità generale per cui godono di maggior consenso. Nessuno pretende di costruire una organizzazione politico-parlamentare virtuosa e priva di difetti. La natura umana impedisce qualsivoglia perfezione: anche il più forte ha le sue debolezze ed è così, avendo coscienza delle proprie carenze, che gli uomini si mettono d’accordo sacrificando parte delle libertà individuali per stabilire una libertà collettiva.

Per porre un freno alla disgregazione sociale, che alla fine penalizza tutti indistintamente, è giocoforza riequilibrare il sistema ed accantonare almeno per un po’ le formule vuote di contenuti usate per coprire i “giochi di palazzo”. In Italia, per ragioni storiche, Popolo e Stato sono in continua contrapposizione: poche volte c’è stata la collaborazione – si dovrebbe dire l’identità, ma questo aprirebbe un altro lungo capitolo – quale ammiriamo nei popoli protestanti dell’altra Europa, quella dei cittadini verso i quali lo Stato è attento e rispettoso.

L’Italia ha anche attraversato la stagione della “centralità del Parlamento”, cioè un periodo nel quale le macchine dei partiti al potere gestivano in maniera esatta le aule parlamentari (spesso con una benevola attenzione delle opposizioni, Pci in testa). La “centralità del Parlamento” fu uno slogan, dietro il quale la Dc e complici manovravano i governi.

Qualche bello spirito s’è poi inventata la “centralità del governo” (i soliti ripetitori-ripetenti hanno cominciato a chiamare premier il presidente del Consiglio senza che al riguardo ci fosse stata una riforma della Costituzione. A questo punto sarebbe più indicato parlare di neoparlamentarismo (l’anti è prefisso negativo e perciò senza prospettive) per definire la ricerca e la formulazione di correttivi senza uscire dai confini della democrazia.

Un’annotazione per gli anglofili sempre pronti a magnificare l’organizzazione legislativa di Sua Maestà: il primo parlamento moderno è nato in Sicilia e non in Inghilterra. A Mazara del Vallo, nella Gran Contea, Ruggero I di Sicilia convocò nel 1097 la prima assise parlamentare. Bisognerà aspettare più di due secoli (precisamente il 1265) perché un nobile francese, Simone di Montfort, trapiantatosi in Inghilterra, “inventasse” il primo parlamento del Regno.

A molti sembra roba da secchioni, ma la Storia che è alle nostre spalle è l’unica guida sicura per guardare avanti.

 

 

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