Corsa di bighe. (II sec. d.C. Museo archeologico di Foligno).

Ammiano Marcellino: povera Roma tra ballerine e gossip

Roma «vivrà finché ci saranno gli uomini»: scriveva in latino lo storico nato in Siria Ammiano Marcellino circa milleseicento anni fa. E continuava: «…dopo aver umiliato le superbe cervici di stirpi feroci ed aver promulgato le leggi, che rappresentano il fondamento e i limiti eterni della libertà…» l’Urbe finalmente si riposava al pari di lui, che, dopo aver combattuto agli ordini di Giuliano Imperatore, s’era trasferito a Roma per scrivere le “Res Gestae”, l’opera che noi conosciamo con il titolo di “Storie”. Vi leggiamo brani che scavalcano la contemporaneità di Ammiano Marcellino e arrivano fino ad oggi. Due i dati inconfutabili che emergono: il primo è che alla gloria di una città come di un uomo s’accompagnano momenti di viltà; il secondo è che i comportamenti umani hanno delle costanti indipendenti dalla collocazione in luoghi e in tempi diversi.

Lo splendore magnifico, annotava lo storico e pare di oggi, «è offeso dalla rozza leggerezza di pochi, i quali non considerano in quale città sono nati, ma, come se fosse lecito abbandonarsi ai vizi, si lasciano andare ad errori ed a dissolutezze». Se non si hanno stretti legami con le proprie origini, la vita è un girare in circolo senza punti di partenza e di arrivo. È difficile vedere un automobilista romano volgere lo sguardo verso il Colosseo; gli passa accanto e lo ignora. Quel gigante è un’attrattiva riservata ai turisti; lui, il consumatore-utente, ha ben altro cui pensare! Da questo atteggiamento discende tutto il resto.

E nei salotti chi viene invitato a movimentare la serata? «Viene invitato – raccontava già nel IV secolo Marcellino – colui che passa le notti davanti alle case degli aurighi del circo, o fa di professione il giocatore di dadi, o dà ad intendere di conoscere alcuni segreti particolari». Il gossip, questa è l’anima delle conversazioni salottiere che poi è diventata la struttura ossea dell’infotainment, per poi tracimare nelle ciarle politico-parlamentari fino ad insinuarsi nelle sedi più alte di questa cosiddetta seconda repubblica.

I padroni di casa, aggiungeva lo storico, «evitano le persone colte e sobrie come se fossero inutili e portassero iettatura»; «Insomma invece del filosofo si invita il cantante ed al posto dell’oratore il maestro di ballo».

Oggi abbiamo gli ospitati tv (con ricchi gettoni di presenza) la maggior parte dei quali naviga nel mare magnum dell’ovvietà e del luogo comune; oltre, ovviamente, a cantanti e showgirl.

All’epoca di Marcellino, non rombavano per Roma rampolli su auto sportive, ma c’erano quelli «che scorrazzano velocemente, senza temere alcun pericolo, attraverso le ampie vie della città e sul selciato messo sossopra guidano i cavalli come se fossero quelli del servizio postale dagli zoccoli di fuoco, come si suol dire, e si trascinano dietro schiere di schiavi simili a bande di predatori…». E più avanti: «Costoro sono imitati da molte matrone che con il capo coperto ed in lettighe chiuse corrono qua e là per tutti i quartieri della città».

Non c’era lo struscio dello shopping, ma «…dovunque tu volga lo sguardo, ti si presenteranno moltissime donne con le chiome inanellate, che se si fossero sposate, avrebbero potuto partorire per la loro età già tre figli. Queste spazzano con i loro piedi sino alla noia i marciapiedi…».

Corridori spericolati e donne libere. Non basta. C’è un passaggio che è meglio non commentare per non incorrere nel rigore delle leggi. Eccolo: «…è difficile immaginare come a Roma siano circondati da ogni genere di cortesia gli uomini senza figli. Poiché fra di loro infuriano con particolare violenza quelle malattie di fronte alle quali l’abilità dei medici è impotente, si è escogitato di vietare le visite ad un amico affetto da tali morbi e s’è aggiunto che gli schiavi, mandati a chiedere informazioni sulle condizioni di conoscenti colpiti da una siffatta malattia, non siano accolti in casa prima d’essersi disinfettati con un bagno. Così si teme il contagio anche se visto da occhi altrui».

Ammiano Marcellino getta poi uno sguardo rapido sulla gente che affolla l’Urbe e che conta poco. «Passando alla folla degli infimi e dei poveri – leggiamo nelle “Storie” –  alcuni trascorrono le notti nelle osterie, altri si nascondono sotto i tendoni dei teatri… oppure con accanimento giocano a dadi e provocano turpi rumori ritirando l’aria nelle strepitanti narici. Infine, e questa è la loro più elevata attività, dal sorgere dell’alba sino a sera, sia che ci sia il sole o che piova, se ne stanno a bocca aperta osservando con la massima attenzione i pregi ed i difetti degli aurighi e dei cavalli. Ed è veramente assai strano veder una folla senza numero, in preda ad una forma di smania, seguire attenta e trattenendo il respiro lo svolgimento delle gare con i cocchi».

L’amara conclusione: «Fatti del genere non permettono che a Roma si faccia nulla che sia serio e degno di ricordo».

Grazie alla tv non c’è da “smaniare” soltanto per le gare dei cocchi, pardon, per la “Formula 1”. Ci sono competizioni sportive d’ogni genere. Tutti hanno diritto a “smaniare” ed urlare in uno stadio dove ventitré persone in mutande corrono appresso ad una palla.

Lo storico, che in gioventù era stato un soldato di alto livello, era avvilito osservando la capitale del mondo abitata da gente inutile quando non dannosa. Beato lui! È tutta l’Italia oggi nelle stesse condizioni e, sia pure con differenze e distinguo, l’intero occidente, cosiddetto.

 

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